La riforma Gelmini: una logica aziendale che annulla la didattica
di don Raffaele Garofalo
L’Ocse dichiara che l’Italia è agli ultimi posti nella classifica delle scuole più efficienti e la Gelmini attribuisce la colpa di tutto al '68. Per migliorare la qualità della scuola pubblica nell’ultimo decennio non è stato trovato altro rimedio che dirottare finanziamenti e alunni verso la scuola privata. Qualche mese fa i vescovi minacciavano di “scendere in piazza” se il governo avesse operato tagli ai loro istituti educativi. Nell’arco di poche ore i prelati venivano rassicurati che potevano “dormire non su due ma su quattro guanciali”. Erano stati accontentati. Non sarebbe stato uno “spettacolo edificante” vedere celerini intenti a manganellare monsignori in rivolta come black block! Per arginare la decadenza della scuola la Gelmini, da parte sua, offre “bonus” alle famiglie che vogliono disertarla per la privata. Il ministro mostra eccitazione per l’aumento di bocciature, orgogliosa di riaffermare il principio della meritocrazia. I geni devono avere la possibilità di emergere ma non sono certo essi che hanno bisogno delle attenzioni della scuola, vanno piuttosto valorizzati nelle istituzioni, una volta affermati, e non costretti a fuggire all’estero. La scuola pubblica è chiamata ad offrire a tutti i cittadini l’opportunità di raggiungere il massimo sviluppo delle proprie capacità culturali. Questo non si ottiene praticando tagli ai fondi, già scarsi, a disposizione ma disponendo di mezzi e personale adeguati per ottenere il massimo anche da chi genio non è nato o è figlio di immigrati e fatica ad ottenere un rapido inserimento. Le scuole private da parte loro, quando non si riducono a semplici diplomifici, si configurano come istituzioni di connaturale selezione contrarie ad una società multiculturale che miri all’integrazione di tutte le sue componenti. Un Paese che si professa cristiano anche quando bestemmia sa bene che il messaggio di fede è un fermento finalizzato a far lievitare la massa, non svolge la sua funzione se rimane separato da essa. Si organizzano scuole private perché si teme la contaminazione dell’”altro”, molte non accolgono ragazzi diversamente abili per non contrariare genitori i quali non tollerano che l’apprendimento dei loro figli possa “subire ritardi”. Per loro natura le private sono destinate ad essere causa di conflitto culturale. Portatrici di “verità” nascondono spesso un fondamentalismo mascherato da ragioni pretestuose. Solo in una scuola pubblica identità e convinzioni di varia natura hanno la possibilità di confrontarsi democraticamente, in una buona palestra di convivenza cui abituare le nuove generazioni. La “conversione” di Magdi Cristiano Allam, educato in terra musulmana da una scuola privata cattolica, è l’ emblema di una cultura integralista islamica che si traduce automaticamente in cattolica intolleranza. La Gelmini è convinta che un processo educativo efficace possa partire dalle bocciature, da un insuccesso. Gli alunni bocciati dovrebbero essere la cattiva coscienza della scuola, come gli ammalati che non migliorano sono il fallimento dell’ospedale. Sapere o non sapere la matematica non è la stessa cosa ma nella scuola dell’obbligo separare l’alunno dal gruppo classe comporterebbe danni considerevoli nella sua maturazione psicologica quando non è causa di dolorosi eventi che leggiamo nelle cronache. La scuola dell’obbligo è scuola formativa, innanzitutto, per cui andrebbero escogitati recuperi “indolori”, con classi aperte e altro, il che vuol dire investire di più nella formazione. L’8 aprile scorso le Commissioni di Difesa della Camera hanno approvato in via definitiva l’acquisto di 131 cacciabombardieri da combattimento F-35. Programma di spesa 15 miliardi di euro. Lo Stato spende tante risorse per mandare a morire i suoi giovani e farne degli inutili eroi o forse utili solo ai signori della guerra. Una spesa immorale di risorse preziose che potrebbero essere utilizzate invece in maniera più proficua per l’emancipazione culturale del Paese, per la Sanità. Non si vuole proporre una scuola dequalificata che costringa i laureati ad andare ad abilitarsi a Reggio Calabria, come ha fatto la Gelmini, per procacciarsi un “68 buonista” personalizzato. La riforma del ministro segue logiche aziendali di tagli pesanti anziché ispirarsi a percorsi didattico-formativi: è destinata a selezionare, quindi a fallire l’obiettivo di elevare il livello culturale del Paese. Una riforma non inizia dalla bocciatura ma da una scuola moderna che offra agli alunni ogni mezzo per la loro crescita individuale: dallo sviluppo della personalità, dall’apprendimento delle nozioni teorico-pratiche, all’esercizio di capacità letterarie, artistiche, sportive e altro. Non vi è ragazzo, per quanto “bullo”, che resista alla seduzione di una disciplina capace di incanalare la sua “esuberanza” orientandola verso una passione costruttiva. Lo studente deve essere attratto dalla scuola, non costretto alla fuga da essa. A tale scopo l’istituzione scolastica non ha bisogno di “Dirigenti” ma di “Educatori”. La cultura non si comunica con le “normative”, né si travasa: ognuno costruisce la propria. Ancor meno è frutto di cattivi voti. Il quasi anonimo Leopold Mozart, non fu maestro di eccezionali capacità, ma eccellente educatore. Al piccolo Wolfgang trasmise la “passione”, insegnò il “metodo”. Il resto è nell’alunno e nelle opportunità che gli si offrono.
COMUNICATO DEI VESCOVI DELLE DIOCESI DI LOMBARDIA al temine della sessione estiva della CEL - Conferenza episcopale lombarda Caravaggio, 7 luglio 2009
“Il fenomeno delle migrazioni impressiona per la quantità di persone coinvolte, per la problematiche sociali, economiche, politiche, culturali e religiose che solleva, per le sfide drammatiche che pone alle comunità nazionali e a quella internazionale. Possiamo dire che siamo di fronte a un fenomeno sociale di natura epocale, che richiede una forte e lungimirante politica di cooperazione internazionale per essere adeguatamente affrontato […] Nessun Paese da solo può ritenersi in grado di far fronte ai problemi migratori del nostro tempo. Tutti siamo testimoni del carico di sofferenza, di disagio e di aspirazioni che accompagna i flussi migratori” (n.62). Provocati anche dalle parole della nuova Enciclica di papa Benedetto XVI “Caritas in veritate” appena pubblicata, i Vescovi lombardi sentono il dovere pastorale di rivolgersi ai fedeli delle comunità cristiane della Lombardia per invitarli alla riflessione. Il consenso ad alcune parti della legge contenente “Disposizioni in materia di sicurezza”, emerso anche nelle comunità cristiane, fa nascere interrogativi e suscita preoccupazione. Sembra che la paura – in qualche circostanza purtroppo non priva di ragioni – troppo spesso amplificata artificialmente, spinga ad una reazione emotiva che non aiuta a leggere in verità il fenomeno della migrazione e ostacola la considerazione della dignità umana di cui ogni persona – anche quando migrante – è portatrice. Straniero non è sinonimo di pericolo o di delinquente: la maggior parte degli immigrati che vivono e lavorano tra noi lo fanno in modo onesto e responsabile a tal punto da costituire una presenza fondamentale e insostituibile per molte attività produttive e per la vita di molte famiglie. Per sostenere questo sguardo libero da precomprensioni e paure eccessive, le nostre comunità cristiane devono rinnovare lo sforzo educativo sui temi dell’accoglienza e della dignità di ogni persona, principi irrinunciabili dell’autentica razionalità e ancor più dell’insegnamento evangelico. In una società moderna - come vuole essere la nostra - che si fonda sul rispetto delle leggi, sul senso di responsabilità da parte di tutti, i cristiani sono chiamati ad operare con gli uomini di buona volontà affinché sia praticata la giustizia e rispettata la dignità delle persone, di tutte le persone. I cristiani pertanto devono farsi promotori di atteggiamenti e di una legislazione che riconoscano i diritti delle persone oneste (anche quando immigrate); promuovano e sostengano la responsabilità sociale di questi “nuovi cittadini” provenienti da altri Paesi; favoriscano la solidarietà verso tutti i soggetti più deboli; realizzino procedure praticabili, sensate ed efficienti per la regolarizzazione degli stranieri presenti da tempo nella nostra regione ma formalmente irregolari solo perchè la burocrazia rallenta e complica l’applicazione di regole già in vigore. Favorire l’integrazione degli immigrati presenti nella nostra regione alla ricerca di condizioni di vita oneste e dignitose è la via più promettente per realizzare una convivenza serena che vinca la paura e giovi al bene comune.
Ho sentito tante parole sul 25 aprile. Discorsi complicati, che fatico a seguire. A me pare che si voglia complicare un discorso semplice. Mussolini si era alleato con Hitler, e ne condivideva le idee totalitarie e razziste. Gli italiani per lo più hanno seguito Mussolini, come le pecore seguono il pastore. Poi la guerra ha aiutato la maggior parte degli italiani a capire in che orrore erano caduti. Nel 43 l'armistizio ha dato agli italiani l'occasione per cercare di rimediare al disastro. Qualcuno si è limitato a tornare a casa o a leccarsi le ferite. Qualcuno ha deciso di rischiare la propria vita per dare una mano a cacciare i tedeschi. Qualcuno ha deciso di restare fedele alle proprie idee e di lottare ancora al fianco dei tedeschi. Sono scelte che ognuno fa, e delle quali si assume la responsabilità. Il 25 aprile la maggior parte delle città italiane furono liberate dall'occupazione nazista. La resa incondizionata dell'esercito tedesco fu il 29 aprile. Dall'8 settembre '43 al 25 aprile '45 si fronteggiarono, in Italia, due fazioni. Da un lato i nazisti sostenuti dai fascisti della Repubblica Sociale Italiana. Dall'altro lato gli eserciti alleati con l'appoggio interno dei partigiani di ogni colore. Chi stava con i nazisti ne condivideva gli ideali, la politica, la cultura. E si assumeva indirettamente la responsabilità di tutti gli orrori. Dall'altro lato c'erano quelli che si erano svegliati da un sonno durato vent'anni, o che erano antifascisti da sempre. Che, contrariamente agli altri, credevano nei valori di democrazia e libertà. Il 25 aprile vinsero gli uni contro gli altri. Non possiamo far finta che non sia successo. Il 25 aprile non può diventare la giornata "di tutti". C'era una grande differenza fra le due parti. Non è che si uccidessero l'un l'altro per caso, per errore, per distrazione. Chi stava dalla parte di Mussolini e Hitler difendeva quel mondo, quell'esperienza, quel ventennio. Difendeva la dittatura, l'assenza di libertà politica, la persecuzione o l'uccisione degli oppositori, la persecuzione ed il massacro degli ebrei. Non era per caso che si sceglieva una parte o l'altra. Certo, qualcuno era molto giovane, e da entrambi i lati non aveva le idee molto chiare. Ma gli altri, la gran parte, sapevano benissimo quel che facevano. Da una parte e dall'altra. Oggi non si può far finta di dimenticare, e rivendicare il 25 aprile come una festa collettiva, di tutti gli italiani. No. Il 25 aprile è la vittoria di chi credeva nella libertà contro chi credeva nella dittatura. Il 25 aprile è la commemorazione di chi, in questa battaglia, ha perso la vita combattendo contro la dittatura, contro il nazismo ed il fascismo. Non si può, non oggi, celebrare indistintamente tutti i morti di quel periodo. Non si può, per comodità politica, dimenticare il vero significato di quel giorno. Chi ritiene che quel giorno sia stato un giorno funesto, un giorno da dimenticare, chi ancora oggi si richiama alla cultura che quel giorno fu definitivamente sconfitta, dovrebbe avere il pudore di non partecipare a queste commemorazioni. Oggi a Cassano d'Adda è stato festeggiato il 25 aprile, come ogni anno. C'è stato un bellissimo discorso di Giancarlo Villa, presidente della locale sezione dell'ANPI. Ha poi preso la parola il sindaco Edoardo Sala. Ma non saprei dire cos'ha detto. Leggeva sottovoce e senza partecipazione parole che si perdevano nel vento senza lasciare traccia. Ho solo notato che, in modo del tutto incongruo, è riuscito ad inserire nelle sue parole il nome del Presidente del Consiglio, noto estimatore della resistenza. Chissà a che titolo. Chissà perchè. C'era l'assessore alla cultura Albano. Si. Quello stesso Albano di Alleanza Nazionale, che non ha mai fatto mistero delle sue simpatie fasciste. Che poche ore prima, su Facebook, scriveva: "Penso che se togli il 25 aprile alla sinistra non rimane loro nient'altro. Ecco perchè tutti gli anni ne fanno un caso." Confonde la resistenza con la sinistra. Dimenticando che nella lotta contro i "suoi" fascisti c'erano cattolici, comunisti, liberali, socialisti, azionisti, monarchici, anarchici. Era li, l'assessore alla cultura Albano, un po' defilato. A "celebrare" anche lui non si sa cosa, visto che le sue dichiarate simpatie sono sempre state per la parte che ha perso. Lo si vede nella foto, un po' in ombra, occhiali neri, camicia scura (nera?), fra il vicesindaco Conforti e l'assessore Lomini. Sembra davvero uno che si chiede "Ma che ci sto a fare qui?". Ce lo chiediamo anche noi, Assessore, ce lo chiediamo anche noi. Ultima notazione: c'era tanta gente, anche giovani. C'era la banda. Ma come mai, dico, come mai la banda ha suonato una marea di inutili marcette e non ha suonato le canzoni della resistenza? Era o non era il 25 aprile? Mah! Miracoli che succedono quando la destra, il 25 aprile, commemora non si sa cosa.
Non ho parole per definire quel che ha detto ieri il premier. Cito da un articolo del corriere:
«Ben vengano le inchieste, ma per favore non perdiamo tempo, impieghiamo il nostro tempo nella ricostruzione e non dietro a cose che ormai sono successe.. Se qualcuno è colpevole pagherà. Ma per favore non riempiano le pagine dei giornali di inchieste"
Come dire (traduco con parole mie): "Chi ha avuto ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato ha dato, scurdammoce o'passato, simm'e Napule paisà".
Il genio ha aggiunto:
«Un costruttore che realizza una casa in una zona sismica e risparmia su ferro e cemento può essere solo un pazzo o un delinquente. Mio padre diceva una cosa: se uno nasce col piacere di fare del male ha tre scelte: può fare il delinquente, il pm o il dentista. I dentisti si sono emancipati e adesso esiste l'anestesia».
Come dire che uno dei tre poteri su cui si basa la democrazia, parola che davvero lui non sopporta, è costituito da persone che nascono con il piacere di fare del male.
Io sono INDIGNATO, se pur non stupido, da queste parole. Ieri sera Giovanni Sartori, da Fabio Fazio, ha ben descritto la situazione. Nei primi decenni del secolo scorso i dittatori europei erano fieri di essere dittatori ed esibivano il loro potere senza alcuna mediazione. Oggi il potere deve ammantarsi di democrazia. E si sta affermando una sorta di dittatura indiretta, in cui la democrazia non viene abbattuta, viene svuotata dall'interno, modificando silenziosamente le regole senza toccare la costituzione. Questa situazione è descritta magnificamente nel suo ultimo libro "Il Sultanato".
Dalla riforma elettorale a quella scolastica e universitaria, dai pericoli del federalismo alle incognite del Partito Democratico, dalle omertà verso la mafia alla bioetica, dall’Alitalia alla crisi economica, l’osservatore più autorevole e sferzante della politica italiana ripercorre fatti e personaggi che hanno occupato la scena del Paese negli ultimi tre anni. E con penna impietosa denuncia gli incredibili paradossi e le troppe storture di un’Italia dove anche il buon senso sembra ormai privilegio di pochi. «Le cose che mi spaventano sono ormai parecchie; ma il livello di soggezione e di degrado intellettuale manifestato da una maggioranza dei nostri ‘onorevoli’ mi spaventa più di tutto. Altro che bipartitismo compiuto! Qui siamo al sultanato, alla peggiore delle corti.»
Al nostro piccolo grande uomo non interessa il fatto che, in Abruzzo, indagini sui passati reati e ricostruzione proseguono su strade diverse senza intralciarsi a vicenda. Non gli interessa che vengano inquisiti e condannati i responsabili di tante morti e devastazioni. Gli interessa solo che in giornali continuino a tessere le sue lodi, senza distrarre l'attenzione della gente dalla sua persona e dalle "sue" ricostruzioni.
Liquida come "pazzi" i costruttori che hanno lucrato sui materiali mettendo a rischio la vita delle persone. E identifica subito i veri responsabili, i magistrati. C'è, in tutto questo, una chiara scelta di campo. Dovendo scegliere fra costruttori criminali e magistrati inquirenti, il nostro uomo non ha esitazioni, e scaglia le sue barzellette verso i magistrati, riservando ai costruttori una pacca sulle spalle.
Davvero, un uomo così non può reggere le sorti di una nazione democratica. Almeno chiamiamola con il suo nome: dittatura.
A cosa servono le raccolte di fondi pro-terremoto? (SR)
Siamo bombardati da ogni lato da raccolte fondi per i terremotati de l'Aquila. Viene d'istinto di dire "si, diamo una mano". A volte è facile, basta mandare un sms, neanche serve andare alla posta a fare il versamento. Ma chi gestisce questi fondi? Per quali iniziative vengono utilizzati? Berlusconi ha detto con orgoglio che non c'è bisogno di tende e alimenti. Siamo autosufficienti. La protezione civile sta diventando degna di un paese civile. Ha reagito meglio che tutte le altre volte. Non perfettamente, è chiaro. Ma viviamo in un paese che di organizzativamente perfetto non ha niente. Ieri ho visto Ballarò, ed ho avuto l'impressione che si volesse cercare il pelo nell'uovo. Ma ci sta anche questo, una coscienza critica è necessaria. Berlusconi ha anche rifiutato gli aiuti economici offerti dagli altri paesi del mondo. Ha detto "Grazie, ma per adesso ce la facciamo. Magari più avanti". Ecco, magari più avanti. E, soprattutto, aiuti mirati. Il terremoto ha colpito duro perchè le case sono costruite male, in spregio delle norme antisismiche, in spregio della attuale cultura tecnologica. Il know how esiste, chi vuole sa come costruire un edificio che resista. E' mancato questo, soprattutto. E allora a cosa serve il mio euro, i miei dieci, cento, mille euro dati sull'onda dell'emozione? A ricostruire cosa? Come? Con quali garanzie? Forse sarebbe meglio dare quest'euro dopo aver accuratamente selezionato il destinatario. Adesso l'euro serve solo come gesto scaramantico, per allentare la tensione, la paura, per manifestare il sollievo di chi vive in una zona non sismica. Di chi vede le disgrazie altrui. E, soprattutto, le raccolte fondi servono a chi le lancia per coprirsi di gloria. I vari telegiornali, i giornali stampati. Fanno tutti a gara per raccogliere fondi e per dire "i nostri lettori, i nostri ascoltatori hanno dato di più". A me non piace. E penso che non parteciperò a queste raccolte fondi di cui ignoro tutto. Invito invece chiunque sappia di una raccolta fondi mirata ad una ricostruzione credibile, di comunicarla a me e a tutti. Salvatore Randazzo
A giugno dello scorso anno è stata presentata alla Commissione Difesa della Camera la proposta di legge n. 1360 che equipara chi faceva i rastrellamenti per conto dei nazisti a chi è stato internato nei campi di concentramento e a chi ha fatto la Resistenza, tramite l'istituzione di una onorificenza: Cavaliere dell'"Ordine del Tricolore".
Aderisci all'appello per fermare l'iter di approvazione di questa legge!
Chi volesse collaborare alla sua diffusione potrà inoltrare questo appello ai suoi contatti, potrà raccogliere firme anche su carta (chiedetemi di mandarvi il modello cartaceo ), potrà dare una mano a diffondere informazioni, perchi pochi sanno di questa proposta di legge.
Il successo di questa petizione non è scontato, anche se riuscissimo a raccogliere un numero enorme di adesioni. Anche su un altro piano ci si deve mobilitare: quello delle mozioni espresse dalle istituzioni, dagli organismi, dai consigli comunali, regionali, provinciali, municipali, zonali, dai consigli di facoltà, ai collegi dei docenti, ai consigli di classe, alle assemblee sindacali di ogni genere di lavoratori, dai circoli culturali, dalle associazioni, alle comunità montane, come già sta avvenendo in tutta Italia. Contano molto queste mozioni perchè rappresentano grandi numeri di elettori. E' un percorso difficile, complesso, che va però attivato perchè la volontà che questa proposta diventi legge è esplicita.
PETIZIONE
Dietro il milite delle Brigate nere piy onesto, più in buonafede, più idealista, c'erano i rastrellamenti, le operazioni di sterminio, le camere di tortura, le deportazioni e l'Olocausto; dietro il partigiano più ignaro, più ladro, più spietato, c'era la lotta per una società pacifica e democratica, ragionevolmente giusta, se non proprio giusta in senso assoluto, che di queste non ce ne sono.
Italo Calvino
Al Presidente della Repubblica Italiana, Giorgio Napolitano Al Presidente della Camera dei Deputati, On. Gianfranco Fini Al Presidente della Commissione Difesa della Camera dei Deputati, On. Edmondo Cirielli Ai membri del Parlamento Italiano e, p.c., Ai Deputati del Parlamento Europeo
Lo spirito della proposta di legge n. 1360, presentata il 23 giugno 2008 e in discussione dal 12 novembre 2008 alla Commissione Difesa della Camera dei Deputati, h contrario ai principi fondanti della Repubblica Italiana, della Costituzione della Repubblica Italiana e della Democrazia, affermatisi in Italia in seguito alla Resistenza e alla Liberazione del nostro Paese dal fascismo collaborazionista con l'esercito occupante nazista.
I firmatari di questa petizione, condividendo le posizioni assunte in proposito dalle Associazioni Partigiane e degli ex-Deportati, confidando nei principi della Democrazia e nella doverosa piena attuazione della Costituzione, facendo anche riferimento al discorso di insediamento del Presidente della Camera On. Gianfranco Fini, esortano il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, il Presidente della Camera dei Deputati On. Gianfranco Fini, e il Presidente della Commissione Difesa della Camera dei Deputati On. Edmondo Cirielli perchi agli autori della proposta di legge 1360 vengano forniti gli elementi di riflessione necessari a un ripensamento e al suo ritiro, e affinchè le Istituzioni Democratiche della Repubblica Italiana vengano tutelate dalla eventuale e non auspicata approvazione parlamentare.
Dopo l'Armistizio e durante la guerra di Liberazione dall'invasione tedesca, il Governo del Regno d'Italia rifugiato nel Sud Italia era regolarmente operante e adempiva alle sue funzioni garantendo la continuità legale dello Stato italiano. La Repubblica di Salò non aveva pertanto alcuna legittimità. Da ciò deriva che i suoi aderenti, volontari o cooptati, non possono essere assimilabili agli appartenenti all'Esercito Italiano, né i suoi reduci possono avere, in quanto tali, alcun riconoscimento da parte della Repubblica Italiana.
La proposta di legge n. 1360/2008, che propone l'istituzione di un "Ordine del Tricolore" presieduto dal Presidente della Repubblica, nasce da un'ottica negazionista dell'evidenza della storia. Essa infatti
- equipara i miliziani della Repubblica Sociale ai partigiani che durante la Resistenza combatterono contro il fascismo e il nazismo, assegnando loro indistintamente il titolo di "cavaliere";
- mira al riconoscimento di onore, già respinto da numerosi Decreti Luogotenenziali dello Stato italiano fin dal 1944-'45, ai miliziani di Salò;
- sostiene, nel prologo, che tra il 1943 e il 1945 in Italia si scontrarono due distinti eserciti di "pari dignità": uno formato da coloro che "ritennero onorevole la scelta a difesa del regime, ferito e languente", e un altro formato da quanti, rimasti fedeli al loro giuramento al Governo Italiano, "maturati dalla tragedia in atto o culturalmente consapevoli dello scontro in atto a livello planetario, si schierarono dalla parte avversa, 'liberatrice'";
- mette sullo stesso piano, confondendoli, i valori di libertà, giustizia e democrazia per cui combatterono i partigiani e le potenze alleate, con gli obiettivi perseguiti dai totalitarismi fascista e nazista, i quali intendevano costruire un "Nuovo Ordine Europeo" fondato sulla supremazia 'razziale', sulla discriminazione e la riduzione in schiavitù dei popoli ritenuti inferiori e sullo sterminio di intere comunità;
- offende i familiari delle vittime del fascismo, che rischiano di vedere assegnato ai loro congiunti lo stesso riconoscimento dato a coloro che li hanno torturati e uccisi;
- discredita gli organismi che da anni si impegnano nella ricerca storica per mantenere viva la memoria e accrescere la coscienza di quel passato;
- nega dignità a quanti hanno combattuto affinché in Italia prevalesse la democrazia contro chi insanguinava preordinatamente e sistematicamente il Paese;
- lede i principi ideali fondamentali e i valori umani e politici su cui si fonda la Repubblica Italiana nata dal ripudio del fascismo.
La "pacificazione nazionale" non può essere perseguita mettendo sullo stesso piano la Resistenza e la Repubblica sociale, la lotta dei partigiani per la libertà e la lotta dei repubblichini per negare la libertà.
I firmatari di questa petizione fanno proprie le parole di Giuliano Vassalli, Presidente emerito della Corte Costituzionale: "Nessun riconoscimento ai repubblichini. Erano e restano nemici dello Stato democratico", e auspicano che i presentatori della proposta di legge 1360 già trovino concordemente la consapevolezza della opportunità di ritirarla.
Redatta il 15 marzo 2009.
Promotori:
Ilaria Allegri, Carlo Amabile, Giancarlo Amurri, ANED Milano, ANPI Lombardia, ANPI Sez. "Luigi Viganò" Milano-Precotto, ANPI Sez. Barona Milano, ANPI Sez. di Cologno Monzese, ANPI Sez. di Crescenzago, ANPI Sez. di Inzago, Anna Maria Appolloni, Jack Arbib, Elena Aschedamini, Associazione Bambini in Romania Onlus, Claudia Azzola, Dimitri Baldanza, Mariangela Bastico, Biagio Battaglia, Luciano Belli Paci, Alberto Benadl, Carla Beretta, Teresa Maria Berzoni, Elisa Bianchi, Carlo Bibbiani, Ionne Biffi, Giuseppe Binda, Francesca Bonfante, Claudia Bonfiglioli, Marcello Buiatti, Franco Busato, Felice Cagliani, Dova Cahan, Gino Candreva, Angelo M. Cardani, Donato Carissimo, Ruben L. Castelnuovo, Davide Castorina, Maria Teresa Catania, Giovanni Marco Cavallarin, Roberto Cenati, Andrea Chiodi, Luigi Consonni, Alberto Corcos, Silvia Cuttin, Vincenzo De Bernardis, Marcella De Negri, Roberto De Pas, Letizia Del Bubba, Carolina Delburgo, Democrazia Laica, Patrizia Deotto, Giuseppina Di Fraia, Grazia Di Veroli, Pier Paolo Eramo, Luigi Faccini, Claudio Falcone, Silvia Fenizia, Annamaria Ferrari, Stefano Ferrario, Ida Finzi, Fondazione della Memoria della Deportazione, Giulio Forconi, Moreno Franceschini, Claudio Gallazzi, Pupa Garribba, Massimo Gentili Tedeschi, Cecilia Ghelli, Flavia Giuliani, Laura Gottlob, Veniero Granacci, Rita Gravina, Isaac Habert, Simonetta Heger, Adriana Infante Battaglia, Istituto Pedagogico della Resistenza Milano, Vincenzo Jorio, Francesca Lacaita, Francesca Lagomarsini, Fabio Levi, Nicola Licci, Sonja Liebhardt, Raffaella Lorenzi, Massimo Luciani, Mario Lupi, Marco Lusena, Giulio Maggia, Brunello Mantelli, Alessandra Manzoni, Ignazio Manzoni, Marina Marini, Gianfranco Maris, Fernando Martini, Giovanna Massariello, Anna Mazza, Maria Medi Guerrera, Guido Melis, Paola Meneganti, Nicoletta Meroni, Monica Miniati, Enrico Modigliani, Paola Mognaschi, Andrea Molco, Demetrio Morabito, Maurizia Morini, Roberto Morpurgo, Giorgio Mortara, Ernesto Muggia, Giuseppe Natale, Magda Negri, Vincenzo Negri, Enzo Nocifora, Nuova Societ`, Giuliano Olivieri, Patrizia Ottolenghi, Paolo Pagani, Floretta Pagliara, Dora Palermo, Giancarla Panizza, David Pardo, Lucio Pardo, Claudio Pavone, Angela Persici, Silvana Pervilli, Marina Piperno, Antonio Pizzinato, Pier Paolo Pracca, Roberto Prina, Giorgio Prister, Elena Razzoli, Giancarlo Reati, Massimo Repetti, Rete Comitati Milanesi, Aida Ribero, Aldo Rodini, Maria Grazia Roggero, Ernesto Rossi, Vincenza Rotta, Liliana Sacchi, Estilio Salera, Mario Salmon, Marco Sarno, Giorgio Scaffidi, Angela Scassellati, Raffaele Scassellati, Nadia Schavecher, Giovanni Scirocco, Ada Segre De Benedetti, Franco Segre, Giorgio Segre, Liliana Segre, Daniele Serrazanetti, Sinistra Critica prov. di Varese, Domenico Siracusano, Eleonora Sirsi, Francesco Somaini, Tullio Sonnino, Francesco Spagnolo, Aldo Spizzichino, Fausta Squatriti, Federico Steinhaus, Francesco Surdich, Ivano Tajetti, Renato Teti, Antonella Tiburzi, Vincenzo Tomaselli, Eliana Torretta, Luigi Tranquillino, Sergio Tremolada, Fernanda Tucci, Giovanni Urro, Franco Vaccaneo, Dario Venegoni, Francesco Venturi Ferriolo, Massimo Venturi Ferriolo, Ugo Volli, Aglaia Zannetti, Giorgio Zuccardi.
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Si tratta di una proposta di legge che equipara i combattenti partigiani della Resistenza con i miliziani della Repubblica Sociale Italiana. Lo intende fare tramite l'istituzione di una onorificenza: l'"Ordine del Tricolore". Il Capo dello Stato, in questo frangente temporale Giorgio Napolitano, dovrebbe insignire del titolo di "Cavaliere dell'Ordine del Tricolore" indistintamente agli uni e agli altri, con il conferimento di un piccolo, ma significativo anch'esso, assegno pensionistico.
Negare l'evidente e inequivocabile differenza tra i due schieramenti vuol dire negare la verità incontrovertibile, dimenticare che i partigiani, nella Resistenza, combatterono insieme agli alleati anglo-americani per sconfiggere il fascismo e il nazismo e liberare l'Italia dai suoi occupanti, che i repubblichini pervicacemente sostennero condividendone gli orrori. La proposta di legge n. 1360 equipara quelli che facevano i rastrellamenti per conto dei nazisti a chi è stato internato nei campi di concentramento e a chi ha fatto la Resistenza. Essa esprime una convinzione negazionista della storia: disconosce infatti che la Repubblica Sociale Italiana, costituitasi il 23 settembre 1943 (<>), nacque con intenti ostili nei confronti del Governo Italiano, e dimentica quindi che, alla caduta del governo di Mussolini e del fascismo, già dal 22 luglio del 1943 in Italia era operante il nuovo governo guidato da Badoglio ( www.it.wikipedia.org/wiki/Governo_Badoglio_I <>). Potrei, seppur con molti sforzi, anche accettare che qualcuno possa avere l'idea che chi scelse di schierarsi con l'una o l'altra parte lo abbia potuto fare "in buona fede". Ma dalla "buona fede" al riconoscimento onorario e al titolo di Cavaliere per chi si è chiamato fuori dallo stato italiano, e gli si è schierato contro, criminale nemico della patria, che ha fatto la guerra ai partigiani, all'esercito di liberazione, ai militari agli ordini del generale Badoglio, alle forze alleate e alle truppe che combatterono contro l'esercito nazista in ritirata, che ha fiancheggiato fino all'ultimo i nazisti e i torturatori delle popolazioni civili, proprio non riesco ad adattarmi. Insomma, è ben peggio che se la Germania decidesse oggi di assegnare un nuovo cavalierato, e la pensione!, a Goebbels, Eichmann, Rauff, Saewecke, Kesserling, ... E dico questo volendo prescindere dalle mie premesse ideologiche, ma proprio guardando al succedersi dei fatti. Considerando poi quale fu l'operato della RSI, complice attiva e spietata di Hitler & C. nelle deportazioni e nello sterminio di ebrei, e di partigiani, omosessuali, rom, politici, deportati e non, valdesi, protestanti, testimoni di Geova, di ogni genere, di ogni sesso, di ogni età, italiani e stranieri, il mio disadattamento si trasforma in sdegno, in obbrobrio. Sia per il fatto in sè, sia perchè questa proposta di legge vuole intaccare le stesse basi fondanti della Repubblica Italiana, che si è fondata sulla Resistenza contro ciò e sulla costruzione della Democrazia. Possibile che questi sentimenti non sfiorino i presentatori della proposta di legge n. 1360? Ovunque nel mondo una proposta di legge del genere verrebbe respinta sul nascere, tra la derisione comune e la fermezza della democrazia. E invece le cose, a me sembra, qui stanno diversamente.
Questa proposta di legge n. 1360 nasce con l'intento di vincere, di superare gli ambiti della Commissione Difesa della Camera dei Deputati presso la quale è in discussione dal 12 novembre 2008, per essere presentata e andare trionfalmente al voto in Parlamento:
- cominciamo dai firmatari della proposta di legge n. 1360: tra quei quarantadue nomi spicca quello di DE CORATO che, a prescindere dalla sua collocazione partitica e parlamentare, è il vice Sindaco della più grande città d'Italia insignita della Medaglia d'Oro della Resistenza: Milano. Cosa vuol dire? Che il vice Sindaco di Milano intende portare a sostegno della proposta di legge n. 1360 di cui è firmatario tutta l'enormità quantitativa (e i numeri contano in democrazia, spesso più delle idee) di voti che ha determinato la maggioranza amministrativa nella "capitale morale ed economica" del Paese;
- continuiamo con i firmatari della proposta di legge n. 1360: quei quarantadue nomi appartengono a diversi schieramenti politici. Cosa vuol dire? Che c'è una sorta di trasversalità politica unificata (consapevole o no) sul tema della negazione della storia e della esaltazione del tradimento e della violenza;
- proposte politiche del genere si erano già viste in precedenti legislature, ma non erano mai state cosl articolate, e sembravano frutto di dilettantismo strategico a fronte di questa, tanto che sono tutte cadute nel vuoto. Questa volta la proposta di legge n. 1360 è stata presentata all'inizio della legislatura. Cosa vuol dire? Che i suoi firmatari hanno deciso di darsi quanto più tempo possibile, cinque anni, per portarla al voto in Parlamento.
Questa proposta di legge n. 1360 potrebbe davvero diventare legge: si tratterebbe di un punto di non ritorno nella storia della democrazia italiana. Per cercare di evitare questo rischio bisognerà che ci sia un impegno di vigilanza, di attenzione, alto, costante, fino all'ultimo momento dell'esistenza di questa legislatura.
I media sembrano non essersene accorti, nè i partiti, nè i parlamentari: il silenzio è quasi assoluto. La rassegna stampa di quanto è stato pubblicato è scarna, nella maggioranza dei casi distante dal problema. Più sensibile è la rete che in parecchi blog e in facebook ospita interventi di diverse corposità. E' necessario informare i cittadini, i parlamentari, i partiti, le associazioni, le istituzioni in primo luogo, tutto il Paese insomma, di quanto sta succedendo sotto il suo naso.
Ed ecco la decisione di far partire una petizione, una raccolta di firme che tenti di bloccare l'iter della proposta di legge n. 1360. Di fronte a tanto sistematico, lucido cinismo anti-istituzionale, anti-repubblicano ed eversivo questa petizione dovrà raccogliere un numero enorme di firme perchè possa avere un senso reale.
Difendere il Tricolore Repubblicano, Democratico e Antifascista. Il Tricolore è l'emblema della Liberazione, della Costituzione e della Democrazia, e non pur essere confuso con quello di chi ha seminato terrore, razzismo e morte negando ogni libertà.
I fascisti di Salò hanno levato le armi a sostegno dei nazisti occupanti contro la Patria. Questa è una realtà storica che nessuno può rivedere o negare. Se questa proposta di legge dovesse avere l'approvazione del Parlamento, verrebbero intaccati i fondamenti su cui si basa la nostra democrazia. E' dovere morale, oltre che politico, di tutti i cittadini della nostra Repubblica prendersi cura delle sorti della propria Patria, impedendo, con la determinazione delle Leggi e la fermezza della Democrazia, che questa provocazione insensata possa giungere in Parlamento.
Io credo che si debba iniziare daccapo, rigenerare il clima unitario che si era determinato nella Resistenza cui parteciparono tutti i colori dell'antifascismo, liberali, comunisti, cattolici, socialisti, anarchici, monarchici, indipendenti, bianchi, rossi, azzurri, cattolici, musulmani, protestanti, ebrei, rom, popolani, aristocratici, coraggiosi, paurosi, uomini, donne, civili, militari, laici, religiosi, europeisti e indipendentisti. Si devono scuotere le coscienze democratiche intorpidite; si deve organizzare una iniziativa nazionale guidata da tutte le organizzazioni di partigiani, di deportati, dai sindacati, dai partiti, dalle associazioni anche più minuscole, che promuovano, e curino la tempesta di messaggi di dissenso che dovrà riversarsi innanzitutto sul Presidente della Commissione Difesa della Camera dei Deputati, e sul Presidente della Camera dei Deputati, e sul Presidente della Repubblica, e sul Parlamento Europeo.
Perchè anche il Parlamento Europeo? Consideriamo per un attimo come in Europa il fascismo sia un fenomeno estraneo alle attività istituzionali e governative; consideriamo che le destre, in Spagna, in Germania, in Inghilterra, in Francia, in Olanda, ovunque insomma, non si sognano nemmeno da lontano di rifarsi ai fascismi del passato. Ve la immaginate una Merkel, o un Sarkozy, o un Gordon Brown che provassero simpatie per una proposta di legge del genere? Bisogna che anche dall'Europa vengano le espressioni del dissenso nei confronti dell'involuzione italiana. Bisogna creare un clima di isolamento nei confronti di questo cinismo antidemocratico. Tutto un percorso, cioè, di ri-creazione della cultura democratica.
Ogni cittadino italiano che abbia a cuore le sorti del suo Paese dovrebbe sollecitare gli organi collegiali (nei posti di lavoro, associazioni politiche, sindacali, culturali, ecc.) di cui fa parte e quelli rappresentativi/amministrativi (Consigli Comunali, Consigli di Zona, Consigli Provinciali, Consigli Regionali, Comunità Montane, ecc.) ad adoperarsi perchè esprimano il dissenso per conto dei milioni di cittadini che essi rappresentano ed invitino il Parlamento ad avvalersi della forza delle Leggi per impedire il compimento del disegno.
Una valanga di democrazia dovrà opporsi alla proposta di legge n. 1360. Il Paese dovrà far sentire ai suoi estensori l'orgoglio repubblicano e democratico dei suoi cittadini. E bisogna fare presto però, prima che la proposta di legge arrivi in aula.
Vale la pena di riflettere qualche minuto sul fascismo che avanza. Fantasie? Prova a leggere questi due articoli di repubblica, e poi ne riparliamo. Salvatore Randazzo
Dice il premier che «quelle approvate con decreto legge dal governo non sono ronde: sono cittadini volonterosi che si mettono a disposizione del prefetto e del sindaco».
Nel mio quartiere di Roma, l’Esquilino, questi cittadini volenterosi si sono organizzati attorno a un signore che si chiama Augusto Caratelli ed è un consigliere municipale del Pdl, ex La Destra. E’ questo signore qui:
Coordina circa 270 persone (dice lui) che lui chiama “sentinelle”. I più giovani del gruppo invece si chiamano tra loro “legionario cittadino”.
In passato Caratelli ha organizzato nel quartiere manifestazioni contro i gay insieme a Militia Christi e Forza Nuova.
Il simbolo del suo gruppo è questo:
Farebbe pure ridere, se non fosse che lui e i suoi amici girano già per il quartiere per individuare «molestatori, ubriachi e sbandati», «con una capillarità che fa tremare il migliore servizio di sicurezza» (cito dal loro sito).
Ce l’hanno su in particolare con i bengalesi, che all’Esquilino sono parecchi; di solito fanno i cuochi o i camerieri nei ristoranti, qualche volta aprono piccoli negozi di alimentari.
Un po’ di tempo fa i bengalesi hanno cercato di aprirsi una piccola moschea nel quartiere, ma Caratelli e i suoi amici sono riusciti a bloccarla.
Il portavoce del suo gruppo, che si chiama Comitato Difesa Roma Caput Mundi Sede Esquilino è tale Alessandro Vallocchia, che un anno fa aveva lanciato l’Operazione Mazzaferrata (così l’ha chiamata lui) per sfondare le vetrine dei negozi cinesi del quartiere.
Esce "Bande nere", un libro in cui Berizzi racconta chi sono, come vivono e chi protegge i nuovi "balilla". Un'inchiesta tra partiti, stadi, scuole e centri sociali
*Neofascisti e destra di governo a braccetto con nostalgia*
di PAOLO BERIZZI
C'è il ministro della difesa La Russa che posa con un "camerata" di una famiglia mafiosa siciliana, i Crisafulli, narcotraffico e spaccio di droga a Quarto Oggiaro, periferia nord di Milano. C'è il suo collega di partito e di governo, il ministro per le politiche europee Ronchi, con uno dei fondatori del circolo nazifascista Cuore nero: quelli del brindisi all'Olocausto.
Lui si chiama Roberto Jonghi Lavarini e presiede il comitato Destra per Milano (confluito nel Partito della libertà). Sostiene le "destre germaniche", il partito boero sudafricano pro-apartheid - il simbolo è una svastica a tre braccia sormontata da un'aquila - e rivendica con orgoglio l'appartenenza alla fondazione Augusto Pinochet. In un'altra foto compare a fianco del sindaco di Milano, Letizia Moratti. Poi ci sono gli stretti rapporti del sindaco leghista di Verona, Flavio Tosi, con l'ultra-destra violenta e xenofoba del Veneto Fronte Skinhead. Ruoli istituzionali, incarichi, poltrone distribuiti ai leader delle teste rasate venete, già arrestati per aggressioni e istigazione all'odio razziale.
*Fascisti del terzo millennio* Almeno 150 mila giovani italiani sotto i 30 anni vivono nel culto del fascismo o del neofascismo. E non tutti, ma molti, nel mito di Hitler. Un'area geografica che attraversa tutta la penisola: dal Trentino Alto Adige alla Calabria, dalla Lombardia al Lazio, da Milano a Roma passando per Verona e Vicenza, culle della destra estrema o, come amano definirla i militanti, radicale. Cinque partiti ufficiali (Forza Nuova, Fiamma Tricolore, la Destra, Azione Sociale, Fronte Sociale Nazionale) - sei, se si considera anche il robusto retaggio di An ormai sciolta nel Pdl. I primi cinque raccolgono l'1,8 per cento di voti (tra i 450 e i 480 mila consensi). Ma a parte le formazioni politiche, l'onda "nera" - in fermento e in espansione - si allunga attraverso un paio di centinaia di circoli e associazioni, dilaga nelle scuole, trae linfa vitale negli stadi.
Sessantatre sigle di gruppi ultrà (su 85) sono di estrema destra: in pratica il 75 per cento delle tifoserie che, dietro il "culto" della passione calcistica, compiono aggressioni e altre azioni violente premeditate. La firma: croci celtiche, fasci littori, svastiche, bandiere del Terzo Reich, inni al Duce e a Hitler. Sono state 330 le aggressioni da parte di militanti neofascisti tra 2005 e 2008. Concentrate soprattutto in tre aree del paese: il Veneto (Verona, Vicenza, Padova), la Lombardia (Milano, Varese) e il Lazio (Roma, Viterbo). Sono i vecchi-nuovi "laboratori" dell'estremismo nero. Con Roma - anche qui - capitale.
*Dalle scuole ai centri sociali* Dai centri sociali di destra alle occupazioni a scopo abitativo (Osa) e non conformi (Onc). Dalle aule dei licei a quelle delle università. Dai "campi d'azione" di Forza Nuova ai raid squadristi delle bande da stadio che si allenano al culto della violenza. La galassia del neofascismo si compone di più strati: e anche di distanze evidenti. L'esperimento più originale è quello di CasaPound a Roma, il primo centro sociale italiano di destra. Da lì nasce Blocco studentesco, il gruppo sceso in piazza contro la riforma della scuola. Una tartaruga come simbolo, i militanti si battono contro l'"affitto usura" e il caro vita. Il leader è Gianluca Iannone, anima del gruppo ZetaZeroAlfa: musica alternativa, concerti dove i militanti si divertono a prendersi a cinghiate.
A Milano c'è Cuore Nero. Il circolo neofascista fondato da Roberto Jonghi Lavarini e dal capo ultrà interista Alessandro Todisco, già leader italiano degli Hammerskin, una setta violenta nata dal Ku Klux Klan che si batte in tutto il mondo per la supremazia della razza bianca. Dopo l'attentato incendiario subito l'11 aprile del 2007, i nazifascisti di Cuore nero ringraziano in un comunicato ufficiale tutti coloro che gli hanno espresso solidarietà e sostegno: tra gli altri, "in particolare", la "coraggiosa" onorevole Mariastella Gelmini, all'epoca coordinatrice lombarda di Forza Italia e attuale ministro dell'Istruzione.
*Saluti romani, pistole e 'ndrine* La famiglia calabrese dei Di Giovine e quella siciliana dei Crisafulli, la destra in doppiopetto di An e quella estremista di Cuore nero. A Quarto Oggiaro, hinterland milanese, la ricerca del consenso politico incrocia sentieri scivolosi. A fare da cerniera tra le onorate famiglie - che gestiscono il mercato della droga -, le teste rasate e il Palazzo è sempre lui, il "Barone nero" Jonghi Lavarini. Quello fotografato con il ministro Ronchi e il sindaco Moratti. Quello che presenta a Ignazio La Russa Ciccio Crisafulli, erede del boss mafioso Biagio "Dentino" Crisafulli, in carcere dal '98 per traffico internazionale di droga. Camerata dichiarato, il rampollo Crisafulli frequenta Cuore nero così come il cugino James. A lui sarebbe stata dedicata la maglietta "Quarto Oggiaro stile di vita", prodotta dalla linea di abbigliamento da stadio "Calci&Pugni" di Alessandro Todisco. L'avvocato Adriano Bazzoni è braccio destro di La Russa. C'è anche lui in una foto con Lavarini e con Salvatore Di Giovine, detto "zio Salva", della cosca calabrese Di Giovine. Siamo sempre a Quarto Oggiaro, prima delle ultime elezioni politiche.
Comunicato di Patrizia Toia, parlamentare europea del PD a fronte del caso dell'europalestra di lusso
"Inutile scempio di soldi pubblici, ci sono priorità urgenti pressanti"
"Ci troviamo in un momento molto critico per l'economia reale - commenta Patrizia Toia a fronte del caso dell'europalestra: questa crisi ha sconvolto l'esistenza di molto di lavoratori in tutto il mondo, portandoli nella precarietà e dell'insicurezza e, per alcuni, privandoli anche del lavoro."
"L'Unione Europea e il Parlamento europeo sono chiamati, in questo momento cruciale, - prosegue Toia - ad affrontare questa priorità, dando risposte concrete a questi problemi e ai tanti cittadini che sono stati coinvolti. E lo stanno facendo, affrontando il Recovery Plan e una proposta di un piano europeo per l'occupazione."
"Trovo dunque assolutamente improponibile l'ipotesi di utilizzare risorse pubbliche per ampliare la palestra dei deputati e ho quindi scritto al Presidente del Parlamento e all'ufficio di presidenza per esprimere il mio assoluto dissenso circa la proposta, partita nel 2005, di utilizzare più di 5 milioni di soldi pubblici e l'invito a non procedere con questa iniziativa. Anche se qualcuno dice che si tratta di un anticipo e che il centro ovviamente sarà a pagamento, come l'attuale, non ritengo sia il caso di anticipare soldi"
"Concordo dunque - continua l'onorevole Toia - con l'interrogazione del collega belga Frank Van Hecke che chiederà anche alla Commissione come giustifica simili spese alla luce delle attuali ristrettezze economiche, che impongono ai cittadini comuni la necessità di risparmiare.
"La decisione non è stata sottoposta a noi parlamentari - conclude Patrizia Toia - e in questo senso non avevo avuto modo di esprimermi prima su questa questione".
Non è che si può essere sempre d'accordo su tutto. E neanche è bello far finta di niente, quando non si è d'accordo. Se nel PD tutto andasse bene, l'essere o meno d'accordo su come viene gestito sarebbe secondario, e sarebbe valido l'imperativo "zitto e lavora". Ma siccome basta guardarsi intorno per vedere che le cose non vanno assolutamente bene, allora forse è meglio fermarsi un attimo a riflettere. Parto da una constatazione: qualche tempo fa, quando abbiamo formato il circolo PD di Cassano d'Adda, ad ogni riunione erano presenti almeno una ventina di persone. E, soprattutto, c'erano facce che non erano le solite degli "addetti ai lavori". Insomma, c'era la sensazione che nonostante le difficoltà, la gente avesse voglia di partecipare. Ricordiamoci che la nascita del PD aveva determinato tensioni e lacerazioni, soprattutto in area ex-DS. Molta gente ancora oggi pensa che quella operazione sia stata un errore che ha determinato un generale indebolimento della sinistra. Io non lo credo. Credo che il progetto di Prodi sia stato lungimirante, e che vada valutato nel lungo tempo. Ma intanto quel che succede è che alle riunioni settimanali del PD di Cassano la partecipazione è crollata in maniera verticale, e questo è un dato che non possiamo ignorare. Chiacchierate informali con amici e compagni di alcuni circoli vicini mi confermano che la situazione di Cassano non è una situazione isolata. E i vari sondaggi che danno in crescita la popolarità del Governo ed in calo quella del PD non possono essere ignorati. Dal che ne possiamo dedurre che, se errori sono stati fatti a Cassano, certo anche a livello nazionale qualche domanda dovranno pur farsela. Quando Veltroni ha deciso di ritirarsi c'è stato una rapida assemblea nazionale che ha rinunciato all'ipotesi di primarie per puntare direttamente su Franceschini. Decisione corretta, secondo me, visti i tempi ristretti. Fare le primarie di corsa sarebbe stata una cosa senza senso. Già le primarie del 14 ottobre 2007 sono state delle primarie un po' così, con Veltroni che correva sostanzialmente senza concorrenti. Tutti ad esempio ricordiamo che Bersani ha rinunciato a candidarsi per "non spaccare i DS". Strana concezione della democrazia. I DS, per altro, si spaccarono e come, ma non certo sulla candidatura. E' giusto invece che le primarie vengano adeguatamente preparate, con candidature reali possibilmente basate su un programma, con una campagna elettorale come si deve. Per questo vale la pena di aspettare. Ma la gente deve avere la sensazione di contare, e non di essere presa in giro. Il 14 ottobre 2007 ci siamo raccontati un grande successo. Tre milioni e mezzo di persone si sono recate a votare, e questo è stato davvero un successo. Ma è servito più che altro a dire "ci siamo, siamo in tanti, crediamo nell'avventura del PD". Perché poi l'elezione di Veltroni è stata più che altro una ratifica. La gente questa cosa l'ha capita. E' venuta a votare, ma con riserva. Si aspettava poi, dal PD, una seria possibilità di partecipazione. Che non è venuta. O, per lo meno, questa è la mia impressione. Ho molti amici, quasi tutti di area PD-compatibile. Quasi tutti hanno deciso di non votare. L'avevano già deciso alle scorse elezioni, e di questo ce ne siamo accorti, quando ha vintoBerlusconi. Ma nel frattempo non hanno cambiato idea, anzi. La gente PD-compatibile si aspetta tanto dal PD, in termini di participazione e di democrazia. Ed ha la sensazione che di questo tanto non arrivi molto. Anzi, alcuni dicono che non arriva nulla. Guardiamo, ad esempio, alle prossime elezioni provinciali a Milano. Ci saremmo aspettati una campagna elettorale interna, primarie per la scelta dei candidati. Qualcuno ha sentito parlare di primarie? Ma, soprattutto, qualcuno sa come verranno scelti i candidati del PD per la provincia di Milano, sia per il il posto di presidente della Provincia che per quelli di consiglieri? Il 30 maggio 2008 l'attuale presidente Penati diceva: "Il candidato del Pd alle prossime provinciali sia scelto con le primarie". Qualcosa deve essere cambiato nel frattempo, perché non mi risulta che siano state fatte delle primarie per scegliere il candidato presidente. Quanto ai candidati consiglieri, anche qui non ho memoria di alcuna riunione in cui si sia discusso delle candidature e delle modalità. Mi sono attivato da solo, ho cercato su internet, ed ho trovato il REGOLAMENTO PER LA FORMAZIONE DELLA LISTA DEI CANDIDATI AL CONSIGLIO PROVINCIALE DI MILANO. Da una rapida lettura emergono un paio di cose antipatiche:
Non sono previste primarie. Al loro posto "Sono previste consultazioni, con espressione di voto segreto e individuale, delle proposte di candidatura". E per chi non capisce bene la differenza fra "consultazione" e "primarie", ecco spiegato: "Le consultazioni dovranno concorrere, in modo significativo e nel rispetto del risultato delle stesse, alla definizione della rosa per la proposta complessiva e la conseguente collocazione dei candidati nella lista PD per le elezioni provinciali". Non serve consultare il dizionari per capire che "concorrere in modo significativo" non significa "determinare". Le consultazioni, in poche parole, potrebbero essere una indicazione della base, un consiglio. Non e' detto che le indicazioni vengano poi seguite. I vertici del partito potrebbero decidere diversamente, sia per quanto riguarda la definizione della rosa che per quanto riguarda la collocazione. A mio parere, e spero di sbagliare, si tratterà ancora una volta di "nomine". I vertici del partito decideranno chi candidare e dove.
I candidati uscenti saranno candidati automaticamente. Recita il regolamento: "I consiglieri provinciali e i membri della Giunta provinciale uscenti che abbiano i requisiti previsti dall’art.26 (incandidabilità e incompatibilità) comma 1 e comma 3 dello Statuto Regionale non vengono sottoposti alle consultazioni.". Tradotto: I candidati uscenti vengono confermati. La base può solo scegliere i candidati per le circoscrizioni rimanenti, quelle dove nelle passate elezioni non sono stati eletti candidati PD. E dove, visti gli andamenti dei sondaggi, è facile che si ripeta la stessa situazione.
Mi pare che si possa concludere che gli elettori possono dare delle indicazioni non vincolanti per le candidature nelle circoscrizioni a bassa probabilità di successo. Ho voluto sintetizzare nel modo più moderato possibile. Non posso però esimermi dal citare le conclusioni di una persona che, analizzato questo documento, l'ha chiuso dicendo: "Questi ci prendono per il culo".
Questa frase un po' volgare sintetizza i sentimenti di quanti, PD-compatibili, decidono invece di tenersene lontani.
Succede ancora una volta che i candidati vengono nominati dai vertici del partito invece che eletti dalla base. Alla base di questa decisione possono esserci tutte le considerazioni di opportunità politica che uno vuole. Ma quello che succederà è che perderemo ancora più militanti ed elettori.
A me l'idea del Partito Democratico piace ancora. E, soprattutto, la ritengo l'unica carta possibile da giocare contro una destra sempre più aggressiva, più arrogante, più incline a calpestare la costituzione. Mi piace l'idea del PD, e non mi piace chi, per incapacità e non certo in malafede, sembra fare di tutto per allontanare militanti ed elettori.
Certo, io ho sempre mosso un aspro rimprovero a quei tiepidi militanti che, alla prima difficoltà, si ritirano nel privato bofonchiando che "tanto è inutile, tanto sono tutti uguali e pensano prima di tutto alle loro poltrone". Quello del mugugno inconcludente è un brutto difetto, del tutto improduttivo. Ma occorre anche chiedersi cosa spinge i militanti ad abbandonare le loro posizioni per rinchiudersi nel privato. Possiamo davvero dare tutta la colpa ai mezzi di informazione in gran parte controllati o influenzati dalla destra? O alla presunta azione corrosiva dell'Italia dei Valori? Attenti, perché rischia di essere un errore di prospettiva. Molte delle persone che conosco io e che si stanno allontanando dal PD sono persone preparate, attente, restie a farsi influenzare dai telegiornali. Chi si allontana dal PD lo fa soprattutto perché ha la sensazione di contare poco. Ha la sensazione che sia impossibile influire nei processi decisionali, e che la voce della base venga regolarmente ignorata dai livelli più alti dell'organizzazione. Si può discutere a lungo se ciò sia vero o meno. Ma finché i candidati saranno nominati dalle segreterie invece che eletti dalla base, finché non si cercherà davvero un dialogo interno, sarà difficile ricostruire una base compatta, determinata.
La mia riflessione si rivolge quindi in due direzioni.
Prima di tutto verso tutti i livelli decisionali che stanno sopra i circoli. Questi dovrebbero, secondo me, cercare con la base un contatto più diretto. I meccanismi elettivi vanno discussi anche con la base, non soltanto in vertici ristretti. E le candidature devono, ripeto, devono partire dalla base!
E poi verso quei militanti, simpatizzanti ed elettori che hanno creduto nel PD e che poi se ne sono allontanati o stanno pensando di farlo. Se pensate ancora che un unico partito di centro-sinistra sia una scelta valida per cercare di migliorare le cose nel nostro paese, allora non dovete mollare. Il mio non è tanto, non solo un invito al voto, perché votare questo PD potrebbe non essere particolarmente utile. Questo PD ha bisogno di cambiare, e perché questo succeda occorre che la base si mobiliti. Occorre che elettori, simpatizzanti ed attivisti si mobilitino per fare arrivare la loro voce ai livelli superiori. Occorre partecipare attivamente alle riunioni, manifestare tutto il malcontento, la rabbia, ma anche la voglia di cambiare. Occorre che il partito smetta di essere quello che vogliono "loro" e diventi quello che vogliamo noi elettori. Ma perché questo succeda occorre davvero muoversi, e smettere di mugugnare in silenzio. Salvatore Randazzo
Pd, forse Franceschini non è un semplice traghettatore (VO)
(Le dimissioni di Veltroni, un atto di generosità) Nel mio piccolo, in questi mesi ho ripetutamente sottolineato l’urgenza di un congresso del PD finalizzato a superare la fase d’avvio (gestita, comprensibilmente, soprattutto dai vertici del partito), e a consentire, finalmente, l’apertura di un dibattito approfondito, ed aperto alla base, sulla sua linea politica. Oltre che, ovviamente, ad eleggere a tutti i livelli la classe dirigente da affiancare al leader nazionale, consacrato dalle primarie. L’assemblea nazionale di sabato scorso ha deciso diversamente, eppure, dopo averci riflettuto, io considero positivo il suo esito. Perché abbiamo quanto meno raggiunto l’obiettivo indispensabile di scegliere subito, in questo momento di grande confusione dopo l’addio di Veltroni, un segretario a tutti gli effetti. E forse non un semplice traghettatore verso il congresso d’autunno, come invece si afferma da più parti.
Certo, Dario Franceschini non è stato eletto con le primarie, ma da un’assemblea, diciamo così, di militanti. Vorrei considerare allora in proposito che le primarie vanno bene, ma che qualche problema nasce se poi personaggi acclamati da milioni di votanti, come è stato per Prodi e per Veltroni, si dileguano all’improvviso. Il vertice si è ancora una volta imposto sulla base, a Roma? Forse, ma a me pare che, nella situazione data, sia stato un atto di saggezza politica, se pensiamo a quanto temevamo gli esiti di quell’assemblea. Del discorso d’addio (diciamo così) del segretario uscente mi ha colpito in particolare l’affermazione che “Berlusconi ha vinto una battaglia di egemonia nella società, stravolgendone i valori e costruendo un sistema di disvalori. Un sistema contro il quale bisogna combattere con coraggio”. Una dichiarazione di antiberlusconismo puro, finalmente, pur se corretta con la precisazione che un conto è l’essere contro in maniera aprioristica, un altro l’esserlo in quanto propositori di un progetto alternativo. Con tutta la stima per Walter, le cui dimissioni rappresentano un gesto di generosità, questo progetto alternativo non è stato declamato e sviluppato a sufficienza, mi pare, nei mesi della sua leadership (l’iniziativa del governo ombra, per esempio, è stata un fallimento, forse anche perché ..., noi non siamo inglesi), e ben poco combattimento si è visto, da parte sua. L’unico vero gladiatore dell’arena politica è stato, ahimè, Di Pietro, che infatti ci ha mangiato un sacco di voti. Su questo tema, Franceschini mi è piaciuto di più. Su questo, ma anche quando ha fatto riferimento alla resistenza, alla Costituzione, al valore dell’unità sindacale. Roba vecchia, come dice lo stridulo Cicchitto, e magari pure qualche nostro amico che ha una concezione troppo nuovista del riformismo? A me, in ogni caso, va bene così.
Certo, Veltroni non ha colpa di tutto quanto di negativo è capitato al PD nell’ultimo anno, ci mancherebbe! Ma, solo per fare degli esempi, la vicenda del partito napoletano poteva (doveva) essere gestita meglio, ed è incredibile che, in Sardegna, pur consapevoli che il valore del nostro partito si era intanto ridotto ormai di un terzo, noi si sia regalato al centrodestra l’UDC di Casini e Pezzotta, il partito sardo d’azione, i socialisti, e quanto altro. D’altronde, Walter non mi ha mai convinto quanto enfatizzava la vocazione maggioritaria del partito e reclamava l’autosufficienza: col 33% dei voti (risultato pur importante, ormai svanito) si è minoritari, in verità, in un sistema bipolare, e se non ti attrezzi a fare debite alleanze sei inevitabilmente perdente!
Il nuovo segretario è stato convincente anche sulla questione della cosiddetta laicità, tema sul quale a me pare che talvolta, in casa nostra, si ecceda nel sospettare le posizioni dei cattolici democratici, che sono cosa diversa dai teodem, categoria rispettabilissima ma che ricomprende un numero piuttosto esiguo di esponenti, mi pare. In proposito, sul tema del testamento biologico capisco le perplessità all’idea del sen. Marino di un referendum, trattandosi di materia delicatissima. Non credo, però, sia difficile prevedere l’impossibilità di una posizione bipartisan in Parlamento, considerata la posizione strumentalmente filo clericale (di quale clero, poi, è tutto da verificare) della destra, e che, se verrà approvato il testo Calabrò, la richiesta di referendum abrogativo s’imporrà da sé, e la legge verrà cancellata. Sulle questioni eticamente sensibili restano comunque, indubbiamente, differenze tra laici e cattolici, nel PD, forse non facilmente componibili: detto del fine vita, sul quale anche i secondi (convinti in ogni caso che Domineddio è più misericordioso di molti cattoliconi) s’interrogano se può continuare a definirsi vita lo stato in cui era per esempio Eluana dopo 17 anni, il loro concetto di matrimonio resta quello previsto dalla Costituzione, cioè tra uomo e donna. Pur consapevoli, come lo è stata la Bindi, che vanno in qualche misura riconosciute tutte le unioni di fatto. E anche la sensibilità sull’inizio, invece, della vita, non va certo disprezzata. Ma tali differenze non sono certo tali da impedire uno stare insieme per ragioni più complessive. In questo momento di crisi del partito democratico torna ad aleggiare l’ipotesi di una scissione. Taluno, anzi, si dice abbia già le valige pronte per altri lidi. Se si tratta di ex Margheriti, forse la scelta su Franceschini contribuirà a frenare tali voglie.
Personalmente, la penso come Marini: chi è oggi nel PD si è bruciato, ormai, i vascelli alle spalle. No, non torneranno DS e Margherita, tanto più che quest’ultima in particolare era una sorta di prefigurazione proprio del partito democratico. Andare con Casini, cari ex Margheriti? Personalmente avrei remore insuperabili, perché ritengo che costui abbia il peccato originale, imperdonabile, di aver legittimato, con una sorta di foglia di fico cattolica, quel Berlusconismo che, ribadisco, lo stesso buonista Veltroni ha detto aver stravolto i valori del nostro paese. E poi, ha ragione Follini: Casini esca, semmai, dalla ridotta del partitino, e si unisca ai riformisti del centro sinistra, al PD. Per fare una sorta di Kadima italiano, precisa l’ex leader UDC. Un Kadima che non mi parrebbe in ogni caso cosa tanto diversa dal nostro partito democratico. Un partito che da solo non basta, in un sistema di coalizioni, e che dovrà inevitabilmente allearsi con la cosiddetta sinistra di governo (una sorta di partito neolaburista, come pensa il citato Follini?) per provare a combattere e a vincere su Berlusocni e tutto ciò che costui rappresenta. Vincenzo Ortolina
Veltroni ha dovuto abbandonare. Forse è giusto e forse no. A me pare che non si sia capita una cosa importante. Il PD non è un partito già pronto. E' stato colto di sorpresa dalle elezioni del 2008, mentre era in corso ancora il processo di formazione. Possiamo dire che è nato prematuro? Diciamolo. Ha dovuto affrontare una campagna elettorale per la quale non era pronto. La scelta di correre da soli, inglobando però Di Pietro e Pannella è stata giusta? Forse si, forse no. E' stata data la necessaria attenzione ai temi importanti? E' stata adeguatamente sviluppata la democrazia interna? No di certo. La scelta dei candidati per le elezioni è stata una decisione di vertice, e molti non hanno accettato questa impostazione. Critica assolutamente condivisibile. Ma c'è stato il tempo per creare e rendere operativi gli organismi di democrazia interna? No, certamente no. La creazione di un partito unico del centro sinistra, un partito di ispirazione europea che sapesse mettere insieme le idealità cattoliche e socialiste di provenienza era (e spero sarà) una operazione complessa, lunga, con molte sofferenze. Non si passa con uno schioccar di dita dalla frammentazione politica che ha costituito la caratteristica italiana degli ultimi decenni ad un funzionante bipolarismo, meglio dire bipartitismo, di stile anglosassone. Ci si passa con sofferenza, con fatica. E' un parto doloroso, come tutti i parti. A parole tutti d'accordo. Ma nei fatti, poi, tutti pronti al mugugno, al lamento, alla secessione, a prendere le distanze, al "Io non ci sto", al "not in my name". E, soprattutto, tutti pronti a starsene in salotto, a criticare, a tagliare il capello in quattro. Ma sempre dal salotto. O dal bar. O dalla chiacchiera in ufficio. Tutti con l'aria di chi proprio non ne può più, di chi le ha provate tutte, e ormai ha perso la pazienza. Adesso però sono io, Salvatore Randazzo, e sto parlando con te che mi leggi. E ti chiedo, direttamente: Cosa hai fatto perchè il PD fosse un'operazione di successo? A quante riunioni hai partecipato? Quante volte ti sei recato nella sede più vicina ad esternare la tua rabbia, il tuo dissenso, le tue critiche nei confronti del parito? Non ti chiedo se hai fatto la tessera, perchè secondo me non è tanto quello che conta. Ti chiedo: quante volte hai fatto sentire la tua voce? E a chi l'hai fatta sentire? Qui sotto, in conclusione di questo mio sfogo, metto le parole di un grande, una voce che oggi ci manca. Una voce lucida, tagliente. Giorgio Gaber era restio a farsi chiudere nelle piccole logiche della politica partitica. Volava alto, era una coscienza critica.
A noi tocca un compito più umile, più terra terra. Ci tocca decidere come organizzare, nei prossimi decenni, una parte della democrazia italiana. A destra hanno un'idea molto chiara su come farlo, e si stanno organizzando. Sta per completarsi un disegno politico nato molti anni fa, forse ai tempi del Venerabile Licio Gelli e della sua organizzazione semiclandestina. Forse ancora prima. A sinistra invece non sappiamo che direzione prendere. Ci limitiamo a beccarci fra di noi, come i polli di Renzo. A dividerci in formazioni sempre più piccole. Forse pensiamo che, a forza di scinderci, raggiungeremo la potenza della scissione dell'atomo? E, soprattutto, non partecipiamo. Non capiamo che il PD non è quello fatto da Veltroni, Franceschini, Parisi, Rutelli e quant'altri. Il PD sarà quello che riusciremo a fare NOI ELETTORI, se decideremo di uscire dai salotti, dalle chiacchiere da bar. Se inizieremo a partecipare, se inizieremo a dire forte quello che vogliamo e che non vogliamo. Se lo andremo a dire nella sede naturale della politica, che è la sezione locale. Se andremo a parlare con gli "addetti ai lavori", e diremo forte quello che ci aspettiamo da loro. Se capiremo che quello che noi vogliamo potrà anche non essere possibile oggi, ma forse sarà possibile domani, se sapremo chiederlo con forza. Ma se lasciamo soli quelli che fanno politica attiva, se li guardiamo con sospetto, perchè pensiamo che siano li per un loro tornaconto, se ci sembra di avere già fatto tanto, andando a votare una volta, e dando la fiducia a qualcuno che poi l'ha tradita, allora non abbiamo ancora capito cos'è davvero la democrazia. Allora davvero pensiamo che basti dare la delega a qualcuno, e lasciare che questo faccia, decida, agisca. E davvero pensiamo che il nostro compito sia solo quello di trovarci la domenica mattina al bar in piazza per l'aperitivo, e scuotere la testa con l'aria di chi le ha viste tutte, dicendo "c'è poco da fare, sono tutti uguali". Non è così, non sono tutti uguali. Ma sono invece tutti uguali quelli che se ne stanno a casa o al bar a criticare, e che non alzano un dito per cambiare le cose. VOTARE NON BASTA! L'unico modo per cambiare le cose è PARTECIPARE. E allora ti pregherei, davvero, di partecipare. Non bofonchiare nel chiuso del tuo salotto, non pensare di aver già dato tanto, troppo. Non è mai troppo quel che puoi dare, a dire il vero non è neanche abbastanza. Grida forte le tue richieste. Ma vieni a gridarle tutte le volte che la gente si raccoglie per discutere e per decidere. E se non ti piace come gli addetti ai lavori gestiscono la politica, vieni a dirci come deve essere, come intendi tu la politica. Ma VIENI! Salvatore Randazzo
Vorrei essere libero, libero come un uomo. Vorrei essere libero come un uomo.
Come un uomo appena nato che ha di fronte solamente la natura e cammina dentro un bosco con la gioia di inseguire un’avventura, sempre libero e vitale, fa l’amore come fosse un animale, incosciente come un uomo compiaciuto della propria libertà.
La libertà non è star sopra un albero, non è neanche il volo di un moscone, la libertà non è uno spazio libero, libertà è partecipazione.
Vorrei essere libero, libero come un uomo. Come un uomo che ha bisogno di spaziare con la propria fantasia e che trova questo spazio solamente nella sua democrazia, che ha il diritto di votare e che passa la sua vita a delegare e nel farsi comandare ha trovato la sua nuova libertà.
La libertà non è star sopra un albero, non è neanche avere un’opinione, la libertà non è uno spazio libero, libertà è partecipazione.
La libertà non è star sopra un albero, non è neanche il volo di un moscone, la libertà non è uno spazio libero, libertà è partecipazione.
Vorrei essere libero, libero come un uomo. Come l’uomo più evoluto che si innalza con la propria intelligenza e che sfida la natura con la forza incontrastata della scienza, con addosso l’entusiasmo di spaziare senza limiti nel cosmo e convinto che la forza del pensiero sia la sola libertà.
La libertà non è star sopra un albero, non è neanche un gesto o un’invenzione, la libertà non è uno spazio libero, libertà è partecipazione.
La libertà non è star sopra un albero, non è neanche il volo di un moscone, la libertà non è uno spazio libero, libertà è partecipazione.
Discorso pronunciato da Piero Calamandrei al III Congresso dell'Associazione a difesa della scuola nazionale (Adsn) a Roma l'11 febbraio 1950
Facciamo l'ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuol fare la marcia su Roma e trasformare l'aula in alloggiamento per i manipoli; ma vuol istituire, senza parere, una larvata dittatura. Allora, che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di stato in scuole di partito? Si accorge che le scuole di stato hanno il difetto di essere imparziali. C'è una certa resistenza; in quelle scuole c'è sempre, perfino sotto il fascismo c'è stata. Allora, il partito dominante segue un'altra strada (è tutta un'ipotesi teorica, intendiamoci). Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private. Non tutte le scuole private. Le scuole del suo partito, di quel partito. Ed allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole private. Cure di denaro e di privilegi. Si comincia persino a consigliare i ragazzi ad andare a queste scuole, perchè in fondo sono migliori si dice di quelle di stato. E magari si danno dei premi, come ora vi dirò, o si propone di dare dei premi a quei cittadini che saranno disposti a mandare i loro figlioli invece che alle scuole pubbliche alle scuole private. A "quelle" scuole private. Gli esami sono più facili, si studia meno e si riesce meglio. Così la scuola privata diventa una scuola privilegiata. Il partito dominante, non potendo trasformare apertamente le scuole di stato in scuole di partito, manda in malora le scuole di stato per dare la prevalenza alle sue scuole private. Attensione, amici, in questo convegno questo è il punto che bisogna discutere. Attenzione, questa è la ricetta. Bisogna tener d'occhio i cuochi di questa bassa cucina. L'operazione si fa in tre modi: ve l'ho già detto: rovinare le scuole di stato. Lasciare che vadano in malora. Impoverire i loro bilanci. Ignorare i loro bisogni. Attenuare la sorveglianza ed il controllo sulle scuole private. Non controllarne la serietà. Lasciare che vi insegnino insegnanti che non hanno i titoli minimi per insegnare. Lasciare che gli esami siano burlette. Dare alle scuole private denaro pubblico. Questo è il punto. Dare alle scuole private denaro pubblico.
Pubblicato nella rivista Scuola democratica, 20 marzo 1950 (inserito da Marta Giussani)
Per italiani e migranti la scuola è forse il primo vero luogo di contatto e scambio di relazioni tra persone portatrici di culture differenti. Nella scuola si compie il primo contatto per il minore straniero con la società di arrivo; è nell'inserimento nella classe che si attua la prima fase di accoglienza da cui sviluppare il percorso dell'inclusione, un processo che necessita di tempo e di professionalità, già compromesso dai tagli e dalle passate riforme. Per quanto riguarda poi l'apprendimento della lingua italiana, è risaputo che le lingue si apprendono meglio attraverso l'interazione con l'altro e che un contesto affettivo-relazionale positivo è strategico per impararle. Ma tutto questo è volutamente ignorato dal nuovo provvedimento, perché è evidente che la mozione ha l'obiettivo di escludere, differenziare e marginalizzare le differenze fin dalla più tenera età. La teoria della pericolosità sociale dell'immigrato su cui si basano le politiche di molti Governi e lo sfruttamento dell'immaginario della paura ha bisogno di nuovi contesti da colonizzare. La vita dei bambini migranti, il rapporto con i loro coetanei nativi, diventa quindi un nuovo terreno su cui sperimentare il processo di differenziazione della cittadinanza trasversale a tutti gli ambiti della vita, dal lavoro alla posizione del soggiorno, dalla la salute alla casa, dalla circolazione fino alla scuola, appunto.
Dietro a termini tecnici a prima vista neutri, quali classi ponte o d'inserimento e ad argomentazioni ingannevoli si celano sentimenti di crescente insofferenza, se non di xenofobia, nei confronti degli immigrati.
Provvedimenti di questo genere soffiano sul fuoco delle pulsioni razziste che, come dimostra la cronaca recente, serpeggiano nel paese. La coesione sociale può essere rafforzata solo dall'integrazione degli immigrati e delle loro famiglie nel nostro sistema, e passa in primo luogo attraverso la scuola e l'integrazione dei giovani. Questa è la strada maestra .
L'altra sera ho seguito con attenzione Maroni alla televisione, non ricordo su quale canale. Dall'altra parte, in collegamento esterno, il sindaco di Venezia Cacciari. Maroni è uno che mi piace, uno posato, tranquillo, ragionevole. Ed infatti, a sentirlo parlare, mi veniva quasi da piangere dalla commozione. Diceva Maroni: "non è certo nostra intenzione discriminare gli zingari, e meno che mai i loro bambini. Noi vogliamo solo proteggerli. E per proteggerli dobbiamo identificarli, dobbiamo conoscerli. Non possiamo permettere che vengano sfruttati, mandati ad elemosinare e rubare da genitori indegni. Non possiamo permettere che non vadano a scuola, che non possano vivere il loro stato di bambini. Questa vergogna deve finire!" Davani alla televisione, e con le lacrime agli occhi, assentivo con foga. E lo stesso faceva Cacciari, dalla sua Venezia. Quando è stato il suo turno, Cacciari ha preso la parola, ed ha raccontato dei suoi sforzi per integrare i nomadi italiani e non, creando per loro delle strutture e lanciando dei piani di integrazione, che sono stati regolarmente ignorati e non finanziati dai governi centrali, compreso il passato governo Prodi. Cacciari, d'accordo con Maroni, ha detto che i bimbi dei nomadi vanno protetti, e per questo occorre offrir loro le strutture e fare dei piani di integrazione. E si è detto convinto che Maroni si farà interprete di questa necessità, facendo in modo che i fondi per i progetti di integrazione vengano finalmente trovati. .................. .................. pubblicità .................. .................. L'imbarazzo di Maroni, prima e dopo la pubblicità, è stato palpabile, solido, roccioso. Prima di tutto ha cambiato discorso, parlando di sicurezza, di sfruttamento minorile, della necessità di sottoporre i nomadi alle stesse regole di legalità che sono valide per il resto della popolazione. Poi è tornato a Cacciari, dicendo che però ogni comunità locale deve saper provvedere alle proprie esigente e ai propri progetti, e che il federalismo sarà la chiave per mettere le realtà locali in condizione autofinanziare le iniziative e bla bla bla bla bla.....
E qui, direbbe di Pietro, casca l'asino!
Maroni secondo me (e posso sbagliare) ci racconta un sacco di balle! La sua proposta è quella di identificare i rom, grandi e bambini. E questo potrebbe anche avere un senso, un censimento. Conoscere per deliberare! Ma dice anche che vuole "togliere ai genitori i bambini rom che vengono mandati a rubare o a mendicare". Ma siamo matti? E dove li manda? E quali sono le strutture che possono farsi carico di questi bambini? Ma, soprattutto, si rende conto che in questo modo dovrebbe praticamente togliere la quasi totalità dei bambini rom ai loro genitori? E' questo il modo che ha in mente per risolvere il problema dei Rom in Italia? Il vero problema dei nomadi e dei rom (non e' sempre la stessa cosa) è che sono popoli di altri tempi, con una cultura ed un modo di vivere che oggi non hanno più possibilità di sopravvivere senza profondi cambiamenti. Il mondo sta cambiando per tutti, e purtroppo deve cambiare anche per i rom, che vivono immersi nel nostro mondo, anche se cercano di non farsi troppo coinvolgere. M questo cambiamento non può essere fatto a colpi di ordine pubblico, di espulsioni, di rapimento dei figli alle loro famiglie. Dove sono i piani di intervento? Dove sono i piani di integrazione? Cosa ne sarà dei bambini tolti alle famiglie? Non si capisce che il comportamento dei genitori nomadi è coerente con le loro tradizioni, con il loro codice etico, ed è su quello che bisogna lavorare con tempo e pazienza? In assenza di risposte sensate a queste domande, le parole di Maroni non sono semplicemente parole al vento per dare all'Italia che ha votato Berlusconi una inebriante sensazione di attivismo. Sono anche, e soprattutto, un passo verso e proprio verso politiche di altri tempi, politiche di deportazione e di pesante discriminazione razziale. Se davvero si mettessero in atto i progetti di Maroni, la maggioranza dei bambini rom dovrebbe essere sottratta (con la forza!) alle famiglie. E che ne resta di una comunità, quando viene privata dei propri bambini? Non è una forma di genocidio? Non voglio usare una parola grossa, ma togliere i bambini ad una comunità non equivale ad uccidere quella comunità? Non equivale a condannarla all'estinzione? Tempi bui. Salvatore Randazzo
Berlusconi, Bossi e fascisti ci hanno vinto le elezioni sulla sicurezza, facendo dimenticare anche le disperate situazioni di pensioni e stipendi (argomenti che ben si guardano da ricordarci). Hanno esasperato la paura di là da numeri e statistiche, hanno utilizzato la scarsa sensibilità di certa sinistra sull’argomento, ma poi oltre agli slogan cosa resta? Sola tanta demagogia e tanto, tanto razzismo. Per questa gente il problema è solo unicamente fare la guerra ai disperati senza uno straccio di progetto. Dalla sicurezza scompaiono argomenti come mafia, camorra, speculatori, traffico di droga. Mesi di martellamento mediatico hanno creato un’Italia solo più gretta, chiusa e insofferente. Un governo incapace di fare ragionamenti lucidi verso il pesante fenomeno dell’immigrazione e avere la capacità di dare sicurezza ai cittadini a tutto campo. Le regole con i loro doveri e diritti vanno rispettate. Non si può negare una vita dignitosa a chi è onesto e corretto, solo così si può essere severi con chi sbaglia. Oggi un gran numero di clandestini è chiamato in Italia per un’esplosione di lavoro nero sottopagato che non ha eguali in Europa. C’è chi, pochi, si stanno arricchendo su questo sfruttamento che sfalsa il mercato del lavoro e che produce disagio sociale. La prima regola per ridimensionare il fenomeno e creare un sistema severissimo di controllo nel mondo del lavoro. E poi come non dimenticare la ciliegina sulla torta? Chi parla e sparla di sicurezza sta approvando una vergognosa serie di norme che permetterà di tenere in stato di fermo per 18 mesi un extracomunitario senza processo solo perché senza documenti, cancella processi già in corso o quasi finiti per centinaia di migliaia di reati ben più gravi come Parlmalat, Genova, e …. guarda caso Berlusconi. L’indulto a confronto è acqua fresca (Lega se ci sei batti un colpo!). E’ in atto un vero attacco allo stato democratico e mai come ora esplode la necessità di una questione morale che sappia tornare a farci INDIGNARE. Su questo non può esserci appartenenza politica che impedisca di pretendere di ridare voce a quell’Italia onesta e produttiva oggi umiliata. Al PD sta in primis la capacità e la responsabilità di guidare questa battaglia etica e morale che ha immediati sviluppi sul quotidiano. Non cascare nella trappola dello scontro ideologico, ma anche nessuna remora a denunciare e combattere questo piccolo, clientelare e distruttivo sistema di potere berlusconiano. Solo un’Italia più giusta è in grado di dare più risorse a chi lavora, studia o si merita una dignitosa pensione.
Leggendo la Gazzetta della Martesana della scorsa settimana, ed i toni usati dal sindaco Sala per informare la cittadinanza di quanto avvenuto nell’incontro con il dott. Gabelli, direttore dell’Azienda Ospedaliera di Melegnano, l’impressione è stata quella che l’incontro sia avvenuto, nella stanza del Sindaco e tra due persone: il Sindaco Sala ed il Direttore Gabelli. Strano modo di riportare le notizie, oppure di dettarle … Per portare un minimo di chiarezza: l’incontro non è avvenuto tra il Sindaco Sala e il Direttore Gabelli, ma tra il Direttore Garbelli, il Sindaco, l’Assessore ai Servizi Sociali, due consiglieri di maggioranza (Airoldi e Testa) e due di minoranza (Ceserani e Valtorta). Nell’articolo non se ne cita la presenza. Come il solito, l’articolo è un inno trionfale, formato comunicato radio del ventennio, tutto bello, tutto bene, tutto sotto controllo … Ma quale sotto controllo! Tutto sembra andare bene dalle righe della Gazzetta, ma non sono certo sia proprio così. Il primo dubbio mi viene, quando penso al fatto che “la questione Ospedale” in Consiglio Comunale c’è arrivata perché i Consiglieri di Minoranza hanno chiesto la convocazione di un Consiglio Comunale Straordinario. Altrimenti, forse staremmo ancora aspettando che qualcuno di Maggioranza se ne interessasse. Per coinvolgere anche la maggioranza Sala, nell’interesse al problema, abbiamo permesso modifiche alla nostra mozione (di minoranza) presentata sul tema. E’ un argomento troppo importante perché non presenti un’unità d’intenti del Consiglio Comunale. Leggendo poi Sala dalle righe della Gazzetta, sembra che il Sindaco abbia risolto il problema, anzi, ne ha messo del suo. Ma dove è stato girato questo film? Sala sta cavalcando la tigre, solo perché è una tigre che dorme, solo perché è stato confermato che l’Ospedale di Cassano rimarrà attivo. Ma se l’Azienda Ospedaliera avesse deciso il contrario, quale azione avrebbe messo in campo il nostro Sindaco? E’ meglio che non sia successo così. Questo pensiero mi viene leggendo quanto dichiara il Sindaco sui Poliambulatorii che stando all’articolo saranno mantenuti inalterati. Ma dove è stato detto questo? E’ stato affermato che si manterranno inalterati i poliambulatorii inerenti alla vocazione della struttura ospedaliera di Cassano, ma tutti gli altri, sono oggetto di verifica da parte dell’ASL MI2 e quindi, quando l’analisi sarà terminata, solo allora sapremo che cosa succederà delle specialità sino ad oggi previste presso il nostro Ospedale. Però l’articolo titola “… verso il taglio del nastro”. Sala ci ha preso gusto, tagliare i nastri d’opere non realizzate da lui sta diventando lo sport preferito del nostro Sindaco. Aggiungo un ultimo particolare: nei locali dell’Ospedale è ora ospitato il Consultorio Famigliare pubblico, che dovrà trovare un'altra sistemazione, visto che i locali occupati da questo servizio sono interessati dalla prossima ristrutturazione. Il Consultorio è un servizio proposto dall’ASL MI2 e non dall’Azienda Ospedaliera. E’ lì ospitato per motivi diversi dalla titolarità del servizio, quindi tra poche settimane, non avrà più casa, quindi se non si trova un’altra sistemazione, sarà chiuso! A questo proposito, da me interpellato in sede di Commissione, il Direttore Garbelli ha dichiarato “Non è un servizio di mia competenza”. Nella stessa sede l’Assessore ai Servizi Sociali ha negato l’esistenza del Consultorio in Cassano (Ahi noi per il livello d’informazione dell’Assessore), il Sindaco invece si è preso tempo perché “Si doveva informare”. A distanza di due settimane non sono riuscito a capire quale sia stata l’azione intrapresa dall’Amministrazione Sala per mantenere questo servizio in Cassano. Se tutti gli articoli suggeriti dall’Amministrazione hanno questo fondo di verità o meglio trattano la verità in questo modo strano, permettendo il predominare dell’ombra sulla luce, rimane confermata la mia sensazione d’altissimo allarme verso gli atti compiuti da un’amministrazione che non è interessata altro che all’apparire piuttosto che all’essere. Sandro Valtorta
Sembra rituale parlare di leggi liberticide quando al potere c'è un governo di destra. Sembra il solito atteggiamento prevenuto delle sinistre che criticano sempre tutto, anche le cose buone, se vengono da destra. In parte è vero. C'è un po' un gioco delle parti, che porta gli esseri umani di parte a criticare tutto quel che viene fatto dagli altri, anche se è esattamente quel che avrebbero fatto loro, se fossero stati al potere. Difficile restare lucidi. E' un po' come per i tifosi di calcio. La stessa identica decisione arbitrale viene giudicata in modo diametralmente opposta, a seconda che uno appartenga ad una squadra o all'altra. Pagato doveroso pegno al nostro essere partigiano, cercando quindi di fare la tara alla nostra indignazione, a me resta la netta sensazione che la compagine governativa abbia deciso di approfittare del momento di percezione positiva da parte dei cittadini per far passare una serie di leggi che riducano di molto gli spazi di libertà di informazione. A parte la banale considerazione del fatto che la quasi totalità delle reti TV nazionali e di molti giornali è in un modo o nell'altro sotto il controllo governativo, l'ultimo passo del governo è ora la legge che riduce di molto l'uso delle intercettazioni telefoniche e vieta di fatto qualsiasi tipo di informazione giudiziaria. I dettagli li puoi leggere nel post qui sotto, tratto integralmente dal blog di Marco Travaglio. Ma voglio ancora aggiungere che, con la legge così come viene proposta, sarebbe nei fatti impossibile raccontare alla gente cosa sta succedendo alla sanità milanese, e la gente continuerebbe ad andare a farsi scannare alla clinica S.Rita. Così come i cittadini non avrebbero saputo (essendo il processo ancora in corso) che Fiorani si fregava i soldi dalla Banca di Lodi. Senza l'informazione giudiziaria noi verremmo a sapere di certe situazioni solo a processo concluso. Impossibile quindi anche organizzare, senza informazione, le "class action" (che tanto stanno sulle scatole al potere economico!). Come faccio ad aderire ad una azione legale collettiva se la stampa non mi informa sullo stato delle cose? Ad ogni modo meglio leggere cosa scrive Marco Travaglio nel suo blog oppure puoi guardare il video
Ecco il testo integrale del post di Travaglio:
16 Giugno 2008
Cortina di ferro per i delinquenti
Riporto il testo integrale dell'intervento di Marco Travaglio:
"Buongiorno a tutti. Mi dispiace, ma dobbiamo ricominciare a parlare di intercettazioni, perché questo è quello che offre il convento e quello che chiedono anche gran parte dei frequentatori del blog di Beppe e del blog nostro - voglioscendere - e di tanti altri che si stanno sintonizzando con noi, il lunedì alle due. Ne parliamo, anche se presto dovremo occuparci anche di altre leggi vergogna, che sono quelle, per esempio, del ritorno all 'impunità per le alte cariche (soprattutto di quella bassa) lodo Schifani bis, ma questa - ogni giorno ha la sua pena - la vediamo un'altra volta.
È interessante, ora che finalmente abbiamo un testo che sembrerebbe definitivo per quanto riguarda il cosiddetto disegno di legge Berlusconi-Alfano-Ghedini sulle intercettazioni, capire che cosa succede esattamente. Capire quelli che i telegiornali non solo non ci dicono, ma che addirittura cercano di nasconderci. Mentendo anche sulle parole. Questa non è una legge sulle intercettazioni. È anche una legge sulle intercettazioni. Ma questa è una legge che abolisce di fatto la cronaca giudiziaria per tutta la lunga fase delle indagini, fino all'inizio del processo. Cioè da quando viene commesso un fatto, a quando viene scoperto, a quando viene processata la persona sospettata di averlo commesso, i cittadini non potranno più sapere nulla.
Cominciamo però a vedere il primo versante, cioè quello delle intercettazioni, laddove non saranno più possibili e con quali conseguenze tutto ciò avverrà. Ce l'hanno condita e intortata dicendoci che negli altri paesi ce ne sono meno. Ho sentito ancora ieri qualche demente in televisione, naturalmente ministro, dire che negli Stati Uniti vanno avanti a reprimere i reati con 1.500 intercettazioni all'anno, in un paese che ha il quintuplo della nostra popolazione. Com'è possibile invece che noi abbiamo 125.000 intercettazioni all'anno e ancora non siamo contenti? In realtà, l'abbiamo già visto, noi non abbiamo 125.000 intercettazioni. Noi abbiamo 75.000 decreti per intercettare che riguardano spesso i vari telefoni di una stessa persona. Quindi le persone intercettate, l'altra volta abbiamo detto essendo molto ottimisti 80.000, i magistrati calcolano che siano circa 20-30.000 all'anno. Negli Stati Uniti non sono affatto 1.500. Sono milioni le persone intercettate, soltanto che la non risulta nelle statistiche perché là a intercettare sono l'FBI, la CIA, i vari servizi di sicurezza e le varie polizie locali e federali. Pensate, Giancarlo Caselli soltanto nella procura di Torino ha calcolato che lo 0,2% dei processi che si fanno contiene intercettazioni. Lo 0,2% dei processi. Altro che "tutto intercettato, tutti intercettati". Comunque. Il fatto che non si possa più intercettare per reati puniti con pene inferiori ai dieci anni o quelli contro la pubblica amministrazione, significa che non potremo più scoprire con le intercettazioni reati di: usura, truffe - anche le truffe scoperte da De Magistris, le ruberie sui fondi Europei, sui fondi regionali; l'Europa sarà contenta di noi - sequestri di persona. Se fosse vera la leggenda secondo cui gli zingari rubano i bambini, ebbene se uno zingaro ruba un bambino quello è un sequestro semplice perché non è a scopo di estorsione e non può più essere scoperto con intercettazioni. Il contrabbando, altra specialità delle mafie come l'usura. Lo sfruttamento della prostituzione. La rapina. Il furto in appartamento...
Quante piccole gang o grandi gang di ladri vengono sgominate intercettando? Non si può più. Associazione per delinquere; persino l'associazione per delinquere. Lo scippo. L'incendio. La ricettazione: i ricettatori sono quelli che smaltiscono e diffondono la refurtiva. Bene, nemmeno quello. La calunnia. I reati ambientali: tutti i reati sull'ambiente, discariche, ecc. Salute e sicurezza sul lavoro, per nulla più si potrà intercettare. Reati ovviamente - quelli li sappiamo - reati economico finanziari. Pensate a tutte le turbative di borsa, le frodi fiscali, le frodi sull'IVA che scoperte con le intercettazioni portano lo Stato a recuperare un sacco di evasione. Nulla di nulla. Ricerca dei latitanti, nemmeno. Quando uno mette sotto intercettazione tutti gli amici e i parenti e i possibili favoreggiatori di un latitante e poi sta lì ad aspettare che qualcuno compia un passo falso, non si potrà più fare. Perché? Perché c'è un'altra clausola che dice che l'intercettazione può durare al massimo tre mesi. Dopodichè si staccano gli apparecchi e si va a casa. Quindi se il latitante si fa beccare entro tre mesi, bene, se invece rimane uccel di bosco più di tre mesi, pazienza. Tempo scaduto. Lo Stato si da la scadenza. Mentre il latitante no, ovviamente. Questo vale anche per i sequestri di persona. Voi sapete che quando viene sequestrata una persona, tipo un bambino, si mettono sono osservazione i telefoni della famiglia nella speranza di risalire ai telefoni dei sequestratori e di localizzarli. Bene, anche qui dopo i tre mesi si stacca tutto. Quindi, o l'anonima sequestri ci fa il favore di restituirci gli ostaggi entro e non oltre i novanta giorni, oppure sennò pazienza. Chi si è visto, si è visto. Altra genialata: ci vorranno tre giudici, non più un GIP, tre giudici per decidere su un'intercettazione. Pensate che in Italia il GIP monocratico, cioè lui da solo, può condannare addirittura per omicidio, ti può dare trent'anni per omicidio con rito abbreviato. Bene, da solo potrà condannarti per omicidio, ma non potrà più autorizzare l'intercettazione di un telefonino. Pensate l'assurdità. Ci sono tribunali che hanno dieci giudici in tutto, i quali dovranno fare: in tre il collegio per autorizzare le intercettazioni, poi un quarto dovrà fare il GIP, poi un altro dovrà occuparsi del processo e alla fine non si troveranno più i giudici che potranno occuparsi tutti dello stesso processo e quindi si bloccherà la giustizia nei posti medio-piccoli. Perché? Perché i giudici diventano incompatibili quando hanno deciso una volta su un caso.
I giudici non potranno più parlare. Le due magistrato che hanno fatto arrestare gli scannatori della clinica Santa Rita di Milano hanno fatto una conferenza stampa assieme alla polizia giudiziaria per spiegare ai cittadini che cosa era successo, per metterli in guardia da quello che era successo. D 'ora in poi, quando entrerà in vigore questa legge porcata, il fatto che hanno parlato della loro inchiesta nella conferenza stampa fa sì che debbano lasciare l'inchiesta. Non possono proseguirla loro, la devono lasciare a qualcun altro. Se un magistrato parla male di Provenzano, non potrà più indagare su Provenzano. Perché si è già pronunciato. Non sto parlando del giudice che dovrà giudicarlo, sto parlando del pubblico ministero che spiega quali indizi ha raccolto a carico di Provenzano oppure degli scannatori della clinica.
Quindi, non solo i giornalisti non possono più raccontare le inchieste, ma non le possono più raccontare neppure i magistrati, sennò perdono l' inchiesta all'istante. Ma non solo. Se anche il magistrato sta zitto, per conservare la sua inchiesta, c'è modo di farlo fuori lo stesso. Decide l' imputato. Se l'imputato denuncia il suo pubblico ministero, o meglio, se l' indagato denuncia il suo pubblico ministero accusandolo di una fuga di notizie che magari non ha fatto - tipo De Magistris, adesso sta venendo fuori che le fughe di notizie le facevano i suoi superiori per farle ricadere su di lui - facciamo il caso che uno viene denunciato nella procura vicina per avere fatto una fuga di notizie - non si sa se è vero o non è vero - bene, il fatto stesso che sia stato denunciato consente al suo capo di levargli l'inchiesta. Anche se lui non ha fatto niente. Quindi è l' imputato che decide in qualche modo di scegliersi il suo pubblico ministero. Se gli piace perché è morbido, se lo tiene, sennò lo denuncia e il capo gli toglie l'inchiesta.
C'è una "normina", l'avrete forse letta, la "salva-preti". Dopo la "salva-Previti" adesso abbiamo la "salva-preti" per cui se uno è un cittadino normale, niente, legge normale. Se invece è un sacerdote, per indagare bisogna avvertire il suo vescovo. Dopodichè, se viene indagato un vescovo - ed è capitato anche recentemente - allora bisogna avvertire la Segreteria di Stato vaticana, cioè un ministero estero per processare un cittadino italiano. Un gentile omaggio al Vaticano. Uno dei tanti.
I giornalisti. E veniamo alla parte che non riguarda più i limiti alle intercettazioni, ma riguarda l'abolizione della cronaca giudiziaria e una pesante limitazione alla libertà di stampa e alla libertà dei cittadini di essere informati, al diritto dei cittadini di essere informati. Dunque, dico subito che con questa legge non si potrà più scrivere nulla degli atti giudiziari, quindi non solo delle inchieste, ma anche degli interrogatori, dei verbali, di quello che dice la difesa, di quello che dice l'accusa, dei decreti di perquisizione, degli avvisi di garanzia, dei decreti di custodia cautelare, dei decreti di sequestro, ecc. Niente. Tutti gli atti giudiziari dell'indagine sono non pubblicabili. Attenzione: non sono segreti, sono non pubblicabili. La nostra legge stabilisce che quando il magistrato li consegna all'avvocato e all'indagato, in quel momento cessano di essere segreti e quindi oggi, giustamente se non sono più segreti, i giornalisti li possono pubblicare. Qui non stanno vietandoci di pubblicare roba segreta, perché pubblicare roba segreta è già vietato. Ci stanno vietando di pubblicare roba pubblica. Che è un'altra cosa. Infatti nella legge c'è scritto che non si può più nemmeno parlare, nemmeno nel contenuto e nemmeno per riassunto, degli atti, anche se non sono più coperti da segreto; perché se sono coperti da segreto è già vietato pubblicarli. Quindi stiamo parlando di roba pubblica, roba legittimamente conosciuta dai giornalisti, e quindi dai cittadini. Se uno li pubblica, se un giornalista li pubblica, sono da uno a tre anni di galera. Più un'ammenda che va a mille e rotti euro. "Va beh - uno dirà - ti pigli la multa: mille euro, li avrai?! Sì, certo, non per tutti gli articoli che scrivi, ma non è un danno drammatico essere condannati a pagare una multa fino a mille euro". Il problema è che qui la pena pecuniaria e la pena detentiva sono associate: te le danno tutte e due assieme. Il minimo della pena detentiva è un anno. Che significa? Significa che con le attenuanti ecc. la prima volta che ti condannano, ti condannano a un minimo di nove mesi e non vai in carcere, perché sapete che in Italia fino a due anni c'è la condizionale, la sospensione condizionale, e fino a tre anni di può chiedere l'affidamento al servizio sociale, come Previti. Viceversa, se uno scrive tre articoli contenenti tre notizie non più segrete, ma che diventano non più pubblicabili, - fate il calcolo - nove per tre, ventisette: sono 27 mesi, il che significa due anni e tre mesi, si va fuori dalla sospensione condizionale e si finisce in carcere o all' affidamento al servizio sociale. E alla quarta condanna si superano i tre anni e si va direttamente in galera. Quindi bastano quattro articoli, a un giornalista capita di scriverne anche uno o due al giorno, oppure basta un libro contenente quattro notizie pubbliche, ma non più pubblicabili, per finire in galera. La galera! In un paese in cui in galera non ci va più nessuno, salvo i poveracci. Bene i giornalisti concretamente rischieranno di andarci per quel meccanismo del minimo di pena, che è molto alto - un anno - e l'associazione obbligatoria con la multa, che non è sostitutiva, ma associata. Allora che cosa succederà? Succederà che nessuno scriverà più niente, a meno che non sia un masochista e voi non saprete più niente. Di tutta la lunga fase delle indagini finché non inizia il processo. Ma se voi mettete insieme i limiti alle intercettazioni - quello che i giudici non potranno più scoprire - e i limiti alla pubblicazione - quello che i cittadini non potranno più sapere - voi avete il quadro di una filosofia che individua esattamente nei due poteri di controllo democratici rispetto al potere politico, i nemici da abbattere, i nemici politici numero uno, i veri criminali del nostro paese, la vera emergenza sicurezza è rappresentata dalla presenza di giornalisti che informano e magistrati che indagano e quindi dagli al giornalista e dagli al magistrato. È una legge liberticida che ha almeno il pregio della chiarezza: individua nei poteri di controllo i nemici del potere e li abbatte.
Il risultato qual è? È che non si potrà più scoprire uno scandalo come quello del SISMI, delle deviazioni dei dossieraggi di Pollari e Pompa. Pensate che hanno trovato a Pompa centinaia di migliaia di dossier su giornalisti, politici, magistrati, ritenuti pericolosi, non per la sicurezza dello stato, mica è Al Qaida, pericolosi per Berlusconi. Questo scandalo non si potrà più scoprire. Un sequestro come quello di Abu Omar non si potrà più scoprire, perché non è stato un sequestro a scopo di estorsione, era un sequestro semplice e quindi punito con pene inferiori ai dieci anni. Non si potrà più scoprire calciopoli, ovviamente. Calciopoli inizia da una ipotesi di frode. Solo dopo si arriva a scoprire l'associazione a delinquere. Quindi, non sarebbero state autorizzate le intercettazioni, quindi non si sarebbe scoperta l'associazione a delinquere. In ogni caso, anche se si fosse scoperta, per assurdo, noi non avremmo potuto scrivere niente e non sapremmo ancora niente ora, perché il processo non è ancora iniziato - il processo di Napoli su calciopoli. Non avremmo scoperto lo scandalo delle scalate bancarie e al Corriere della Sera dei furbetti del quartierino. Perché? Perché i reati finanziari non sono più compresi, quindi i magistrati non avrebbero potuto intercettare, non avrebbero potuto scoprire che Fazio avvertiva segretamente Fiorani di notte e che Fiorani gli mandava i bacetti e che turbavano completamente il mercato perché l'arbitro tifava per una squadra anzi ne faceva parte, era il capitano non giocatore, anzi capitano giocatore. In ogni caso i giornali non avrebbero pubblicato ancora adesso visto che il processo per Antonveneta, Fiorani, per Unipol, BNL e per Ricucci, Rizzoli Corriere della Sera, non è ancora iniziato. Siamo alla fine delle indagini.
La clinica degli orrori. Abbiamo sentito questo - mi dispiace dirlo, ma tecnicamente si chiama così - ignorante, uomo che ignora la materia di cui dovrebbe occuparsi. Questo ignorantissimo ministro "ad personam" Angelino Alfano ridacchiare in televisione e dire: "Ma figuriamoci, un processo di omicidio nella clinica degli orrori, sarebbe possibile anche oggi perché noi l'omicidio l'abbiamo compreso nei reati per cui si può intercettare". Già. Peccato che l'indagine nella clinica Santa Rita sia partita da intercettazioni disposte per truffa e falso. Due reati puniti con pene sotto i dieci anni, quindi oggi non più "intercettabili", quindi da lì non si sarebbe più potuto scoprire che questi non solo facevano i falsi delle cartelle cliniche, ma ammazzavano o scannavano la gente. Non si potrebbe più scoprire niente. E in ogni caso, facendo finta che si potesse ancora scoprire, noi non potremmo più raccontarlo e voi non potreste più saperlo.
Pensate che bellezza per i risparmiatori dell'Antonveneta non sapere ancora adesso che quello che li vuole comprare, cioè Fiorani, è uno che mette le mani nei conti dei correnti della Popolare di Lodi. E pensate che bellezza per i correntisti della Popolare di Lodi non sapere che fine fanno i soldi che loro pensano di avere messo al sicuro nella Banca di Lodi. E non potrebbero organizzarsi per denunciare Fiorani. E Fiorani sarebbe ancora lì. Anzi, avrebbe comprato l'Antonveneta se non fosse stato bloccato dalla pubblicazione delle intercettazioni e fatto fuori giustamente dagli organi di vertice della sua banca.
E Fazio sarebbe ancora lì. E Moggi sarebbe ancora lì a truccare i campionati con tutta la sua banda. Perché? Perché non si saprebbe niente e quindi, in base a cosa puoi mandare via uno se non è stato ancora processato e non si sa nemmeno che cosa ha fatto?
Pensate ai malati della clinica che si ritrovano senza uno o due organi, oppure con l'organo al posto sbagliato, il fegato al posto del cervello, la milza al posto del tendine, ecc. che si stanno organizzando in una class action per chiedere i danni a quegli scannatori che li hanno ridotti così, o a i parenti di quelli che sono già morti, che si stanno organizzando per chiedere i danni. Bene non saprebbero nemmeno quello che è successo. Non verrebbe loro nemmeno in mente di chiedere i danni, perché non saprebbero di aver subito i danni e ci sarebbero persone che pensano che i loro congiunti sono morti per una tragica fatalità, perché era giunta la loro ora, mentre invece sono stati massacrati dall'ospedale e poi sono stati pure falsificati i referti nelle loro cartelle cliniche.
Scalfari ieri su Repubblica ricordava che se la mafia è stata condannata la prima volta nella sua storia al maxi processo, è stato perché i giornali hanno raccontato che cosa faceva la prima sezione della Cassazione presieduta da Carnevale che annullava regolarmente le condanne di mafia, per cui per fortuna, su input di Giovanni Falcone, il ministro Martelli chiese al presidente della Cassazione di fare un turno nelle presidenze dei processi di mafia, in modo che non presiedesse solo Carnevale ma anche qualcun altro. Appena Carnevale fu sostituito da un altro, la mafia fu condannata per la prima volta e fu lo scatenamento della vendetta mafiosa, ma intanto abbiamo messo dentro centinaia di mafiosi.
Perché è successo tutto questo? Perché la stampa ha potuto esercitare un controllo su quelle zone d'ombra della magistratura, perché mica i magistrati sono tutti buoni.
Il caso di Rignano Flaminio, cioè un'indagine probabilmente farlocca dove era state accusate ingiustamente delle persone, almeno questo è quello che è emerso finora, lo dobbiamo al fatto che giornali, giornalisti come Bonini, per esempio, di Repubblica, ma anche del Corriere della Sera, hanno svelato la debolezza dell'impianto accusatorio e quindi quando l'informazione fa il suo dovere, esercita un controllo democratico sui magistrati.
Non possiamo lasciare i magistrati indagare per anni senza sapere cosa stanno facendo, magari sbagliano e noi li aiutiamo anche a non sbagliare. Oppure smascheriamo i loro errori, se sono dolosi, e loro sono costretti a fermarsi. Chi lo garantisce questo controllo se adesso non si scrive più niente sulle indagini? Anche le indagini sbagliate partiranno sbagliate e finiranno sbagliate. Avremo più errori giudiziari. Come faremo a sapere come si difende una persona se non potremo pubblicare il suo interrogatorio. Quindi magari, chi si difende ha ragione e chi lo accusa ha torto, ma noi non lo potremo sapere.
Pensate a livello democratico che cosa vuol dire tutto ciò. Gli editori saranno sempre più frenati dal consentire ai giornalisti di pubblicare cose a rischio, perché? Perché a loro volta rischiano una multa fino a 400.000 euro - ogni articolo, fino a 400.000 euro - di e rischiano soprattutto di essere portati a processo non solo come singoli editori, ma anche come società, in base alla legge 231 sulla responsabilità giuridica delle società. Per evitare alla società di finire in tribunale con ripercussioni sulla Borsa, che cosa devono dimostrare gli editori? Di aver adottato tutte le precauzioni all'interno della loro azienda, cioè all'interno del giornale, della televisione o della radio, per impedire la commissione di questo reato di pubblicazione indebita di atti. Che cosa faranno per dimostrare che loro si sono premuniti e non sono responsabili di eventuali violazioni che commettano i loro giornalisti e i loro direttori? Licenzieranno i giornalisti e direttori che non voglio obbedire a questa legge.
In più, ogni volta che un giornalista verrà indagato per pubblicazione indebita di atti, la procura dovrà per leggere mandare la notifica all' Ordine dei Giornalisti che potrà sospendere il giornalista fino a tre mesi. Quindi ogni articolo che scrivi ti sospendono per tre mesi e tu per tre mesi non lavori. Fai quattro articoli e non lavori per un anno. Se l'Ordine ottempererà, ma bisogna vedere se avrà la possibilità di non ottemperare a questa sanzione disciplinare, perché l'ordine è tenuto a rispettare le leggi esistenti.
Voi capite che cosa è stato messo in piedi? È stato messo in piedi un meccanismo di regime - l'altra volta abbiamo parlato di prove tecniche di fascismo - qui siamo stati minimalisti. Qui non stanno facendo prove, lo stanno attuando. Un regime moderno. E per chi fosse nostalgico dei regimi passati, mandano anche l'esercito per le strade, perché si capisca cosa sta succedendo.
Io vi posso dire quello che ho scritto sull'Unità e cioè che io farò disobbedienza civile rispetto a questa legge. Farò obiezione di coscienza. Quindi tutti gli atti che mi capiteranno o che riuscirò a procurarmi - e che farò di tutto per procurarmi come sempre - li pubblicherò. E integrali, e nel contenuto e nel riassunto o come mi gira in quel momento, perché penso che questo sia il mio dovere, altrimenti dovrei cambiare mestiere.
Spero naturalmente che altri, ma sta ricevendo questo appello che abbiamo lanciato dall'Unità e dal blog voglioscendere, moltissime adesioni di moltissimi cronisti giudiziari, penso che bisognerà prepararsi a fare da cavie per essere anche eventualmente arrestati e poter impugnare davanti alla Corte Costituzionale, davanti alla Corte Europea di Giustizia, questa legge veramente infame.
Dopodichè speriamo di riuscire anche per via referendaria a cancellarla. Da questo punto di vista tutte le iniziative che si fanno in questo settore sono le benvenute. Segnalo, per esempio, quella del sito micromega.net, dove Furio Colombo, Giulietti, Pardi e altri invitano i leader dell'opposizione a manifestare.
Se i leader dell'opposizione non vorranno manifestare, cosa abbastanza probabile, bisognerà organizzarsi e quindi, Beppe preparati!
Voi sappiate che questa non è una legge contro i giornalisti, non è un legge sulle intercettazioni, è una legge contro di voi per impedirvi di sapere.
Al cittadino non far sapere quali sono i delitti del potere. Questo è lo slogan di questa legge infame. Passate parola. A lunedì."
Questa lettera arriva da Giorgio Bezzecchi. Giorgio Bezzecchi è vice-presidente nazionale dell'Opera Nomadi e da anni lavora per lapromozione sociale, politica e culturale dei rom a Milano. La suafamiglia vive in un campo a Milano, il padre è stato deportato in uncampo di concentramento, a cui fortunatamente è sopravvissuto. Il nonno,deportato in un altro campo non è sopravvissuto. Domani tutta la suafamiglia sarà fotografata e schedata, conformemente alle attualidecisioni del prefetto che prevedono un rilevamento completo di tutti irom residenti nel territorio milanese. E' stato deciso un rilevamento diidentità da parte della polizia su base esclusivamente etnica.
Credo che la sua e.mail debba essere letta e ragionata. Per inviare messaggi di solidarietà è importante scrivere siaall'indirizzo dell'opera nomadi di Milano, sia della cooperativa RomanoDrom, di cui Giorgio è presidente.
------------------------------------------------------------------------------------------ lettera di Giorgio: ------------------------------------------------------------------------------------------
Prossimo intervento differenziale percittadini Italiani (censimento fotografico e schedatura-Polizia), domanimattina, presso il campo comunale di via Impastato a Milano (famiglieBezzechi).
Sono passati 60 anni dalla promulgazione delle leggi razziali e dallapubblicazione della rivista 'La difesa della razza' di GuidoLandra e dei primi rastrellamenti che sfociarono dopo un breve periodo ditempo in un ordine esplicito di ''internamento degli zingariitaliani' in campi di concentramento (Circ.Bocchini 27/04/41), quei'campi del Duce' di cui in Italia si è preferito perdere lamemoria.
'RICORDARE PER NON DIMENTICARE' - Sono passati sessant'anni, male preoccupazioni, la percezione del pericolo, I PROVVEDIMENTI PUBBLICISONO GLI STESSI DI OGGI.
È agghiacciante quello che sta avvenendo oggi sotto i nostri occhi, aMilano. Rimanere in SILENZIO oggi vuol dire essere responsabili dei disastri didomani.
NESSUNA collaborazione di Enti o Associazioni è giustificata(VERGOGNA)!
Mi appello alla società civile, chiedo un sostegno per le comunità di Rome Sinti milanesi… voci dal silenzio…
Ricordo che domani sarà schedato anche mio padre, CITTADINO ITALIANO, cheha patito la persecuzione nazifascista con l'internamento in campoconcentrazionale italiano (Tossicia) ... mio nonno deportato a Birkenau euscito dal camino…VERGOGNA
MI VERGOGNO, IN QUESTO MOMENTO, DI ESSERE CITTADINO ITALIANO E CRISTIANO
Chiedo in questo momento tragico per la democrazia e la cultura a Milanoed in Italia, di URLARE il proprio dissenso per questa politica razzista,incivile e becera.
RICORDO E NON DIMENTICO che oggi siamo noi edomani..............................
Rag. Giorgio Bezzecchi (Rom, medaglia d'oro al valor civico), Milano,05/06/2008
Non mi succedeva da tanto tempo, mi è successo ieri sera.
Stavo distrattamente guardando il servizio di un tg sui Sinti di Mestre, quando è arrivato qualcuno (giuro, ho rimosso chi fosse esattamente, forse Gasparri) a ripetere la stessa identica frase che sento da almeno vent'anni, quella che «prima bisogna dare la casa agli italiani».
Ecco, non mi succedeva da tempo ma ho provato un misto di stanchezza, senso di vuoto e vergogna e ho preso il telecomando per sentire qualsiasi altra cosa, qualsiasi cosa che non mi facesse pensare: tipo Striscia la notizia o il dibattito su Mourinho in una tivù locale.
E' che a un certo punto - davvero - a un certo punto passa la voglia di argomentare, di elaborare pensieri, di contrapporre la testa alle intestina.
Va bene, va bene, avete ragione, «prima la casa agli italiani», agli zingari manco un prefabbricato perché sono zingari, è giusto così, anzi bruciategli pure gli accampamenti, a me che me frega.
Io tanto cambio canale e guardo il dibattito su Mourinho a Telelombardia.
Il sito web del Comune di Cassano d'Adda brilla per la mancanza di una sezione che consenta di consultare gli atti pubblici come le delibere del consiglio, le delibere di giunta, di consiglio comunale, le ordinanze. Se uno dalla pagina principale sceglie, nel menu a destra, la voce documenti -> delibere, pensa di essere arrivato. In effetti gli si apre la possibilità di scegliere il tipo di documento (delibera di giunta o di consiglio), l'anno, il settore, o il numero del documento. Sarebbe quindi lecito pensare di poter leggere il documento completo, visto che nella stessa pagina l'intestazione recita così: Questo servizio mette a disposizione del cittadino gli atti amministrativi del Comune che possono così essere scaricati e/o stampati direttamente sul proprio computer. Invece no. Si trova solamente l'intestazione della delibera, niente testo da consultare e stampare. In realtà, navigando quà e la nel sito, alcune delibere sono davvero disponibili. Se ad esempio si imposta la ricerca libera con la parola "delibera" si ottiene una lista di 24 delibere completamente consultabili che spaziano dai rifiuti all'ICI allo sport agli incarichi esterni, ma senza metodo, così, alla rinfusa. Ho già affrontato questo argomento in due post precedenti sul blog paroleInSalvo, il 27 luglio 2007 ed il 12 dicembre 2007. Ma i mesi passano, ed il nostro Sindaco non ritiene opportuno di dover porre rimedio a questa situazione. Pensate che neanche i consiglieri comunali possono sperare di avere le delibere in formato elettronico. Per avere la copia di una delibera devono fare ogni volta richiesta, per ottenere la delibera in fotocopia, con evidente spreco di carta e tempo del personale di segreteria. Se la delibera fosse già presente in internet (come succede per molti siti web di comuni lombardi), il consigliere comunale potrebbe, come tutti i cittadini, consultarla online con grande risparmio di tempo della segreteria comunale e di soldi dei contribuenti. Che ne dice il nostro Sindaco di tutto questo?
Qui invece si tratta di tre passi in giro per Cassano,a caccia di ..... passaggi pedonali.
Se ne trovano, letteralmente, di tutti i COLORI! Ci sono quelli a sfondo AZZURRO, come certamente piace agli azzurri compagni di partito del nostro sindaco. (A proposito, che colore sceglierà il nuovo partito?). Ma non mancano quelli rossi, come probabilmente piaceva ai precedenti abitanti del palazzo comunale. Non mancano i più tradizionali e banali passaggi pedonali bianchi e, per finire (qui ci vorrebbe unrullo di tamburi..) I passaggi pedonali GIALLI! E, come se non bastasse, ci sono incroci (come quello qui a destra, fra via Dante e via Vittorio Veneto, in cui sono presenti ben TRE sfumature. Il rosso, nel passaggio verso ovest (verso Milano), il bianco in via Dante, il giallo nel passaggio verso est, verso Treviglio! Evviva!
Davanti alla chiesa, poi hanno voluto esagerare: due passaggi pedonali a pochi metri uno dall'altro. Uno tradizionale a striscie bianche, un altro più frizzante a striscie gialle. Mi chiedo quale sarà la scelta della vecchina che vuole attraversare, uscendo dalla chiesa. Ma, a proposito di abbondanza di passaggi pedonali e di vecchine che amano attraversare in sicurezza, che ne dici di questa sequenza? Le foto sono state scattate all'incrocio fra via Zappatoni e la via principale , che in quel punto si chiama via Milano. Aguzzate bene la vista. E fate click sulle foto per vederle in grande. Riuscite a vedere il passaggio pedonale usato dalla anziana signora? No??? , Beh neanche noi, perchè il passaggio pedonale non c'è! Non avanzava un qualche passaggio pedonale rosso, azzurro, giallo? Neanche un banale passaggio a striscie bianche? Alla fine della storia c'è da chiedersi se tutti questi colori sono ammessi dal codice della strada. Pare che il codice dica: Art 145 del regolamento "Gli attraversamenti pedonali sono evidenziati sulla carreggiata mediante zebrature con strisce bianche" Però lo sfondo colorato diventa scivoloso quando piove. E siccome il fenomeno dei passaggi pedonali a colori dilaga, stanno montando le perplessità, come si può leggere in un forum dei comuni. E montano anche le richieste di risarcimento dei motociclisti che scivolano sui colori bagnati.
(post tratto dal blog paroleInSalvo) Lo so, ve ne siete accorti tutti. Il primo successo del governo Berlusconi è già arrivato. La spazzatura di Napoli è già sparita. Problema risolto. I giornali di carta e d'immagine non ne parlano più, segno che qualcosa è cambiato, e che il problema non è più così caldo com'era ancora qualche settimana fa. Eppure era un problema serio, su cui erano caduti professionisti di prim'ordine, sindaci, governatori, commissari straordinari. A dirla tutta, sulla spazzatura c'è caduto anche l'ultimo governo Prodi, colpevole agli occhi di tutti di non aver risolto in pochi mesi il problema che altri non avevano risolto in decenni. Giusto, per carità: chi sbaglia (in pensieri, parole, opere ed OMISSIONI) paga, ed ha pagato. Così come è giusto che adesso si renda onore a chi è riuscito a risolvere il problema. Non ho ancora capito come abbiano fatto a farla sparire, così in fretta, prima ancora di insediare il governo. Che abbiano, ad esempio, trasferito con procedura d'urgenza tutta la spazzatura negli studi televisivi pubblici e privati? La soluzione sarebbe perfetta, perchè nessuno si accorgerebbe della differenza! Sta di fatto che nessun telegiornale, nessun quotidiano, nessuno nessuno (*) parla più della spazzatura da almeno DUE SETTIMANE. Già, due settimane. Vien da chiedersi come mai, vero? E vien da farsi qualche domanda sulla qualità dell'informazione italiana. Domande analoghe se le pone Marco Travaglio, nel suo blog. A questo punto, capito il trucchetto, viene facile una previsione. Scommettiamo che da domani l'argomento Rumeni-sicurezza perderà di attualità e di interesse?
(*) In realtà oggi c'è un articolo su Repubblica online. Ma ci siamo capiti, vero? Fino a prima delle elezioni la spazzatura era un tema su cui battere e ribattere. Poi, passate le elezioni, l'attenzione è stata deviata su un altro tema "utile": la sicurezza. Soprattutto a Roma. Un caso?
Da oggi, anzi, dal 15 aprile sono diventato berlusconiano anche io. E per i prossimi 5 anni (o meno?) farò il tifo per lui. Anzi, dirò di più. Oltre che berlusconiano diventerò anche credente, e pregherò ogni giorno per lui, perchè gli dei possano illuminare la sua strada e le sue decisioni. La mia più grande soddisfazione non sarebbe quella di vederlo fallire, anzi. Sarebbe quella di vederlo in grado di realizzare tutte le promesse che ha fatto in campagana elettorale. Eliminare l'ICI, il bollo, e chissà quante altre tasse. Aumentare i servizi Risanare il bilancio (l'ha promesso?) Salvare e risanare l'Alitalia E poi, chissà, rimettere in funzione la magistratura. Che funzioni almeno come quella di Forum. Rendere efficiente la scuola. Anche quella pubblica. Migliorare la sanità, che funzioni almeno come quella del dr.House
Ecco, io sono pronto a sentirmi un cretino e a chiedermi "perchè diavolo ho lottato per anni contro questo signore?".
(Questa è una mia opinione del tutto personale, che non rappresenta necessariamente l'opinione degli altri membri del circolo PD di Cassano. S.R.)
Mentre raccogliamo le idee per ripartire verso i cinque anni di opposizione nazionale che ci aspettano e verso le questioni locali che costituiscono il nostro vero, primo interese, mi permetto una rapida riflessione sui motivi che ci hanno portato alla sconfitta elettorale. Il primo motivo che mi viene in mente è che abbiamo pagato il prezzo del rigore di Prodi. C'era una situazione debitoria da sanare, ed è stato fatto, a prezzo di sacrifici che gli elettori non hanno gradito. E forse non hanno capito. Abbiamo pagato il prezzo di una crisi internazionale, con il prezzo delle materie prime industriali ed alimentari che è schizzato in alto grazie alla aumentata richiesta dei paesi asiatici. Basti pensare agli aumenti di petrolio, acciaio e prodotti alimentari. Ma probabilmente abbiamo anche sopravvalutato la nostra capacità di parlare agli elettori, di comunicare. Cito un paio di esempi tratti dalla rete. Questa è la mail di un elettore di destra:
Scusate se metto l'accento su queste cose puramente mediatiche... ma sono proprio un vero seguace di berlusconi (pur avendo votato ferrara alla camera). Ma quando il PD ha scelto "Mi fido di te" di Jovanotti, non era l'epifania dell'inconsistenza di questa forza politica? Jovanotti... torno a scriverlo: Jovanotti. Possibile che si sia scelto lui? Almeno Berlusca ha fatto una delle sue solite canzoncine trash da farci 2 risate sopra (noi berlusconiani ridiamo di queste cose)... siamo sempre al solito silvio: irriverente, dice quel cazzo che gli pare sbattendosene dell'etichetta politica. La cosa buffa è che alla fine tutto sommato ha ragione lui... perché la gente lo vota come nel 1994. Non sarà che è giunta finalmente l'ora di finirla col politically correct? Di queste facce serie e rabbuiate... del "questo non si dice/questo si dice" non sarà che ogni tanto un cornino di troppo ad una foto, un "kapò nazista" al tedesco irriverente di turno, sono necessari alla vita politica di un paese? E poi che noia sono stati questi 2 anni... mamma che palle. Avevo smesso di leggere i giornali. Finalmente torna un po' di eccitamento, un po' di brio.
Si potrebbe pensare che non è questo il nostro target, non è con questo tipo di persone che vogliamo entrare in contatto. Ma sarebbe probabilmente un ennesimo errore di prospettiva. Se facciamo politica, è perchè pensiamo di avere una buona ricetta per risolvere i problemi di una larga fascia della popolazione. Non possiamo pensare di rivolgerci solamente alla fascia colta, pensosa, politicizzata. Se non troviamo il modo per entrare in contatto con la maggioranza degli italiani, allora faremmo bene a decidere che la nostra è, per sua natura, una attività politica di nicchia, elitaria, e quindi senza velleità di governo.
Ecco un altro messaggio comparso su una lista, e che potrebbe aiutarci a capire cosa vogliamo fare da grandi e a chi vogliamo parlare.
A volte ti accadono delle cose che hanno dell'incredibile per quanto sanno di coincidenza e non lo sono affatto. Ero arrivato con i miei due pargoli alla stazione di Zagarolo (me li sono portati in ufficio stamattina, visto le scuole chiuse) e dopo aver acquistato figurine, Liberazione e Manifesto (da oggi in poi li acquisterò tutti i giorni, finché non chiuderanno, non perché il nano li farà chiudere, ma per mancanza di fondi, il primo di sicuro), siamo saliti sul treno in cerca di tre posti liberi, e io con i due quotidiani in bella vista.... alcune persone gentilmente ci hanno chiamato indicandoci i posti liberi, perché hanno visto i pupi che li cercavano disperatamente.
Sono capitato vicino ad un gruppo di cinque passeggeri molto allegri, tra i 25 e i 35 anni, standard popolare impiegatizio, commessa e precario, all'incirca... linguaggio semplicistico e per nulla ricercato, con difficoltà nell'articolare un discorso compiuto in maniera corretta.... ce ne sono molti su quella tratta. Appena mi sono seduto, con allegria hanno cercato di provocarmi indirettamente, parlando tra di loro di politica a voce alta. Come quando tra un gruppo di laziali capita un romanista o viceversa...Ma sorpresa (anche per me stesso), non ne son rimasto per nulla infastidito, anzi.... il mio intento era quello di non rispondere neanche alla benché minima provocazione, anche quando hanno tirato fuori Mangano... si divertivano e sorridevano ai pupi... io niente, li ho fatti parlare, ero incuriosito... non è la prima volta che mi capita di sentire esponeneti di una certa tipologia, molto diffusa tra l'altro, che parla di politica.... però stavolta erano più sfacciati e molto allegri....
Un'altra versione recente lo ha avuta conoscendo la maggior parte dei genitori in trasferta per il rugby in provincia di Parma. I sinistri leggevano, sentivano la musica, chiacchieravano a coppie molto seriosamente (ce ne era una anche assai saccente con aria da mestrina... antipatica da morire... anche questa è una tipologia classica tra i 40 e i 50 anni di elettore, ma soprattutto elettrice di sinistra), i destri si divertivano e facevano caciara.... hanno messo su Renato Zero, facendolo sorbire a tutto il pullman, poi un cd di barzellette pecorecce burine (non sto esagerando!) e un paio di donne hanno anche intonato "Faccetta Nera", per poi passare immediatamente dopo a parlare di Calcio.... e vi assicuro persone simpaticissime, con le quali ho condiviso il tifo in campo e con le quali abbiamo scambiato idee interessanti sui bambini...
Ma tornando a stamattina sul teno, un paio dei miei vicini erano anche esponenti di sezioni locali, molto informati sulle questioni anche più particolareggiate della campagna elettorale.... Erano contenti, felici, cosa ovvia, ma lo erano senza riserve, senza criticare nessuno, senza mugugnare come facciamo noi sinistri o piddisti.... anche quando vinciamo... senza un minimo di titubanza nell'adorazione di Silvio, incondizionata, ma allegra e goliardica... lo prendevano anche bonariamente in giro per le sue gaffes... ma ammazzandosi di risate... Dalle cose che hanno detto è venuto fuori, innanzitutto, che si divertono un mucchio a sentire i loro leader in televisione, li trovano spiritosi e irrispettosi e trovano tristi e pedanti gli esponenti della parte avversa. Seconda cosa, che Berlusconi nei cinque anni che ha governato non aveva le mani libere per colpa dell'UDC e hanno addossato a Casini (altro tristo figuro) tutte le cause per cui il nano non ha potuto mantenere le loro promesse. E spesso stigmatizzavano gli intellettuali di sinistra, percependoli come una casta aristocratica e ricca, nemici del popolo...
Popolari, sguaiati, caciaroni, con un pizzico de 'gnoranza, ma molto gentili e accoglienti.... Quello che non siamo più noi.... Freddi e formali, anche nella gentilezza, con la puzza sotto il naso, rancorosi, anche quando vinciamo, litigiosi anche tra noi quando si parla di politica, snob.... cosa che rende tremenamente antipatici non solo i nostri leader, ma anche noi elettori di sinistra in genere, senza fare distinzione alcuna.... Dovremmo riflettere di più su questo dato e capire che anche queste cose contengono la sconfitta, in un paese come l'Italia, e l'atteggiamento contrario non è per forza di cose da condannare..... :-)
Oggi per la sinistra, per noi (NOI!) si apre un interrogativo basilare. Abbiamo visto che buona parte degli italiani ha preferito dare fiducia a Berlusconi. Abbiamo capito che non siamo riusciti a parlare lo stesso linguaggio della maggior parte degli italiani. Ora dobbiamo decidere se vogliamo capire come entrare in contatto con la maggioranza degli italiani, o se preferiamo attendere che sia la maggioranza degli italiani a sintonizzarsi sul nostro linguaggio. E' evidente che si tratta di scelte con tempi e prospettive di riuscita notevolmente diverse. Ma si tratta proprio di strategie totalmente diverse. Se vogliamo davvero incidere nella realtà italiana, se pensiamo di avere delle idee per un miglior governo della nazione, allora dobbiamo riuscire a parlare con il maggior numero di persone possibile. Se invece preferiamo rivestire il ruolo di coscienza critica, se pensiamo che sia più utile, nel lungo periodo, seminare cultura ed un diverso, più altro modo di guardare alle cose del mondo, allora possiamo continuare a guardare con distacco e sufficienza ai programmi beceri che ci propina la televisione omologata sul modello berlusconiano, possiamo continuare a parlare ad un numero ristretto di persone, sperando che questo numero aumenti man mano che cresce il livello culturale della nazione. Non e' una scelta facile.
Sabato sono stato a volantinare davanti al Comune. Volantinare è sempre una bella esperienza. La gente arriva, alcuni girano al largo, alcuni tirano via borbottando. Ma a volte, dopo aver borbottato, si fermano a fare due chiacchiere. E si stabilisce un contatto. A volte un sorriso, chissà, forse anche una remota ipotesi di aver messo un seme. Il vero problema, in questo periodo, non sembra essere la convinzione di votare "gli altri". Mi pare che il vero problema sia invece la gran massa di gente che ne ha le tasche piene di tutti, perchè vedono crescere i loro problemi con la sensazione che la politica si ricordi di loro solo al momento del voto. Come dar loro torto? Mio figlio Andrea ha voluto accompagnarmi, e mi ha fatto piacere. All'inizio ci restava un po' male, quando qualcuno tirava via a muso duro. O, addirittura, lasciava cadere qualche parola con malagrazia. Come ad esempio la signora piuttosto appariscente, bionda, gonna corta, tacchi altissimi. E' passata davanti a noi tre o quattro volte, la prima volta bofonchiando e protestando perchè, oltre ad avere l'ardire di volantinare per il PD (ma siamo matti?), avevamo con noi anche due "bambini". Ha detto, fra sé e sé ma a voce abbastanza alta da farsi sentire: "Anche i bambini fanno lavorare, non hanno vergogna!". Peccato. Essere su posizioni politiche diverse non dovrebbe significare essere nemici da combattere. Penso che un sorriso ed un "no grazie" sarebbero stati meglio, vero? Dopo una mezz'ora che ci ingegnavamo ad entrare in contatto, sono arrivati i nostri cugini. L'altra consistente fetta della sinistra. Stessa famiglia. Ho cercato di scambiare qualche parola, qualche sorriso. Ho detto scherzando, ad una compagna-cugina: "Noi abbiamo finito i volantini? Vuoi che distribuiamo un poco dei vostri? In fondo siamo cugini!". Lei mi ha guardato senza sorridire, e mi ha detto: "Cugini, si. Ma voi ci fate la guerra!". E si è girata come a dire che il discorso era chiuso. Questa cosa mi ha messo molta più tristezza del borbottio della bella signora con i tacchi alti. A me pare normale, che nella sinistra ci siano più anime, e che non sia facile metterle tutte sotto lo stesso ombrello. Mi pare normale, ad esempio, che molti giovani sentano il richiamo verso una sinistra più radicale, più intransigente. L'intransigenza è caratteristica della giovane età, che vuole posizioni assolute e senza compromessi. D'altra parte è la sinistra più radicale quella che può generare idee più ardite, più svincolate dalla triste necessità di far quadrare i conti, di doversi confrontare con la realtà. Mi pare normale, poi, che molti adulti sentano invece il bisogno di appoggiarsi ad una sinistra meno radicale, più riflessiva. Più disposta al dialogo con quelle forze che alla sinistra estrema sembrano le avanguardie del demonio. E' chiaro (qualcuno direbbe "è del tutto evidente") che la sinistra arcobaleno mai avrebbe potuto candidare Calearo. Ma neanche avrebbe potuto cercare un qualsiasi dialogo. Mentre il PD, che aspira ad essere forza di governo, prima ancora che forza di lotta, cerca di trovare una possibile mediazione fra le parti. E candida quindi il diavolo e l'acqua santa (ognuno attribuisca il posto preferito a Calearo e ad Antonio Boccuzzi, unico sopravvissuto della tragedia Thyssen) nella speranza di poter effettuare una mediazione sensata ed efficiente. Dispiace però che questo debba essere vissuto in modo conflittuale, invece che fisiologico. Si dice che in campagna elettorale è normale che i toni diventino più accesi. A me però non sembra che a sinistra questa cosa possa farci bene. Molti elettori non capiscono il motivo di questa lotta in famiglia. E' chiaro che, al di là delle diverse interpetazioni di alcune posizioni, PD e sinistra arcobaleno saranno naturali alleati in molte lotte. Sia a livello nazionale che, a maggior ragione, a livello locale. Sappiamo che la divisione in casa DS è stata parecchio dolorosa. Certe ferite, lungi dall'essere rimarginate, sono ancora aperte e doloranti. Ma questa è una fase che DEVE passare. Perchè non è un mistero il fatto che poi sarà naturale collaborare su molti punti, primi fra tutti i punti che riguardano il comune, il territorio di Cassano e dintorni, il traffico e tutto il resto. Con chi dovremmo collaborare, con Forza Italia? A sinistra si è sempre detto che la molteplicità è una ricchezza. Lo si dice, ad esmepio, quando si parla dell'accoglienza degli stranieri. Si dice che il nostro tessuto sociale non può che essere arricchito dalla diversità portata dagli stranieri. Bene, dovremmo inizare ad utilizzare lo stesso criterio in casa nostra. Le due sinistre italiane, PD e Sinistra Arcobaleno, sono due sfaccettature della stessa realtà. Si ispirano agli stessi principi ideali. Sono naturali alleati. Cerchiamo, se possibile, di non guardare gli uni agli altri come nemici. Anche se ai massimi livelli i nostri rappresentanti non perdono occasione per inscenare gli show elettorali, noi a livello locale cerchiamo di ricordare che, passata la campagna elettorale, poi inizia il lavoro vero che dovrà vederci uniti nella collaborazione. Smettiamola di farci del male.
Mi piace ascoltare gli umori della gente. Serve a non perdere la bussola, fra tante riunioni di partito tese a ribaltare il risultato annunciato delle prossime elezioni politiche. Passiamo ore, serate intere, a preparare volantini, inventare biciclettate, cene, aperitivi democratici. Ad inventare modi per finanziare la nostra attività politica locale (dai livelli superiori non arriva una lira!). Ma poi, fuori da queste riunioni c'è la gente. E questa gente ha umori molto, molto diversi. La domanda che torna, e torna, e torna, è: "Ma perchè dovrei votare, anche questa volta?. E la risposta non è e non può essere banale. L'appello, scontato, a non far vincere "gli altri" sta diventando un'arma spuntata. La sensazione dilagante è che "l'uno o l'altro, non c'è differenza". Questa è una vulgata che non manca di qualche, forse molte ragioni. L'indubbio stato di degrado del nostro paese è sotto gli occhi di tutti. E non può certo essere imputato solo ad una delle due parti. E' chiaro che da entramble le parti sono stati fatti errori od omissioni o pigrizie. Il degrado di Napoli, la sua esplosiva situazione dei rifiuti, è il paradigma di questo equilibrato alternarsi di poteri che si sono rivelati inconcludenti nella migliore delle ipotesi, complici nell'ipotesi peggiore. La generalizzazione è sempre un pericolo, ma è chiaro che è lo stesso comportamento delle classi politiche che si sono succedute al governo, a favorire ogni più becera generalizzazione. L'antipolitica, lo sostengo da tempo, nasce nelle aule parlamentari. Nasce nel comportamento antipolitico di chi, invece di curarsi dello sviluppo del paese, si cura di piccoli e meschini affari di bottega, quando non si occupa addirittura di affari personali. In questo periodo poi, grazie alla decisione di Veltroni di correre da solo, anche gli altri hanno dovuto seguirlo, affannosamente, su questa strada. E questo spinge i rappresentanti delle formazioni minori, da Casini a Bertinotti, a dire che "Tanto sono tutti uguali", riferito ovviamente agli altri. Li sentiamo ogni giorno, dire che Veltroni e Berlusconi sono uno la fotocopia dell'altro. Questo ingenera negli elettori la sensazione che "tanto sono tutti uguali", e che quindi non vale la pena votare.
Io vorrei ribaltare questo ragionamento, e dire che se sono tutti uguali, è il momento di calarsi nel meccanismo per fare la differenza.
Una certa uniformità di comportamenti politici è sotto i nostri occhi. E sta a noi inserirci, come granelli di sabbia, nel loro meccanismo. Sta a noi, soprattutto ai giovani, smettere di frignare e di lamentarci, ed iniziare a partecipare attivamente, attivamente, alla vita politica. Con tutte le difficoltà che questo comporta. Occorre entrare nelle stanze del potere, dal piccolo comitato di quartiere su su, fino ai famosi loft della Capitale, per dire che è arrivato il momento di cambiare. Se siamo dentro il meccanismo, la nostra voce vale qualcosa. Poco o tanto dipenderà dalla nostra capacità di farci sentire e di raccogliere intorno a noi gente che la pensa come noi. Umberto Bossi, con tutte le riserve che possiamo nutrire nei confronti delle sue opinioni politiche, è in ogni caso un esempio illuminante. Lui non si è limitato a borbottare che "sono tutti uguali". Si è mosso, ha coagulato intorno a se stesso una massa critica di persone determinate, ed è arrivato ad essere interlocutore di primo piano di entrambi gli schieramenti. Essere fuori, borbottare e non votare NON SERVIRA' A NIENTE. Potranno anche esserci centinaia di migliaia, milioni di non votanti, di schede annullate, di dichiarazioni di non voto. Non cambierà di un millimetro la politica del paese. Non votare non incide, non serve, non lancia nessun segnale. Gli USA, a cui sempre tutti guardiamo in positivo o in negativo, sono un posto dove solitamente vota meno della metà degli aventi diritto. E questo non mette minimamente in crisi il loro sistema politico. Se quest'anno, in Italia, dovessero anche esserci 10 milioni di non votanti o di schede annullate, che conseguenze potremmo aspettarci? Qualche preoccupato articolo su Repubblica o sul Corriere, qualche "ve l'avevo detto" di Beppe Grillo, e niente di più. Perchè i nostri uomini politici vengono colpiti solo se vien tolto loro il potere. E non sarà certo non votando che riusciremo a farlo.
L'unico modo per iniziare ad incidere davvero è quella di fare politica attiva. Almeno a livello di seguire i politici locali, quelli che conosciamo per nome, cognome e numero di telefono. Tempestarli di domande, consigli e proteste. E, meglio ancora, entrare negli organismi politici locali. Ed inizare a lottare dall'interno. Fare la guerra, politicamente, a coloro che della politica fanno una questione di interesse personale.
Non si può aspettare, per impegnarsi, di trovare il partito pulito e onesto, perchè si rischia di restare ad aspettare tutta la vita.
Immagina di avere dei soldi, e di doverli fare amministrare a qualcuno, perchè non sei capace di farlo da solo. Che fai? Cerchi il commercialista, il ragioniere più onesto e capace che riesci a trovare. E se non lo trovi, o se non ti fidi, che fai? O studi, e fai tutto da solo, o quanto meno cerchi di capirne qualcosa, in modo da riuscire almeno a controllare. In modo da riuscire, almeno, a scegliere il professionista meno ladro.
Immagina che qualcuno in famiglia abbia bisogno di una medicina, urgente, di notte. Hai, in garage, 3 o 4 macchine vecchie, scassate, con le ruote lisce e che frenano male. Che fai, rinunci? Non vai in farmacia? RImandi a quando avrai una macchina migliore? No di certo. Scegli la macchina meno conciata, quella che ha maggiori probabilità di non fermarsi per strada, e con quella vai, sperando in bene.
Questo dobbiamo fare, almeno a livello locale, dove le persone le possiamo controllare. Dobbiamo entrare nel meccanismo, e cercare di cambiarlo dall'interno.
Il mio è anche un appello, ai giovani e ai vecchi. Venite a fare politica attiva. Venite a vedere come nascono le decisioni, come governano i sindaci, gli assessori, i consiglieri comunali.
Venite, a Cassano, a vedere come funziona il Partito Democratico. E, se funziona male, dateci una mano a ripararlo, a farlo funzionare meglio.
Sono entrato in politica quando avevo ancora i pantaloni corti, perciò alcuni decenni fa. E avevo scelto la Democrazia Cristiana. Lo avevo fatto non solo perché, da cattolico, quello era il partito di ispirazione cristiana, ma anche e soprattutto perché la Dc era una forza politica di massa e interclassista. Raggruppava, insomma, persone con sensibilità e tendenze diverse (a volte molto diverse) che riguardavano in particolare le questioni economiche e sociali, di cui la politica si deve occupare quotidianamente. Il confronto, all’interno del nostro partito, era una necessità, oltre che un elemento di crescita: le correnti – nel loro essere, almeno inizialmente, centri di elaborazione di idee – erano dunque di destra, di centro e di sinistra. Nessuno ha mai pensato di ridurre gli spazi di democrazia interna: sarebbe stato impensabile. Così come nessuno ha mai messo in discussione l’unità, ovvero ciò che ci accomunava: l’ispirazione cristiana sulle scelte cosiddette etiche. A questo proposito, io credo sia necessario tenere presente il contesto italiano, dal momento che si trattava di un Paese in cui il sentimento religioso era ancora fortissimo. E poi, naturalmente, c’era la paura del comunismo a tenerci insieme. Era la paura di un sistema, di un impianto, di una visione del mondo totalitaria.
Quel mondo, oggi, non c’è più: si è secolarizzato nei suoi tratti distintivi e nei suoi schemi. Ed è compito ineludibile della politica interrogarsi sui cambianti, creare nuovi assetti, dotarsi (e cercare di dotare la società) di strumenti per meglio leggere il reale. La stessa Democrazia Cristiana, per esempio, è molto cambiata nei decenni: dai governi monocolore ai governi di coalizione, dal rapporto privilegiato con i socialisti all’apertura agli esecutivi di solidarietà nazionale allargati ai comunisti. La mia opinione è che le grandi forze politiche di questo Paese hanno via via smesso di farsi paura e si sono legittimate a vicenda, non solo con il consenso, ma anche con il comportamento responsabile e sanamente democratico delle rispettive classi dirigenti. E’ come se, ad un certo punto, i nemici di un tempo fossero diventati, più serenamente, avversari.
Per quanto riguarda i cattolici e la loro strettissima unità sui temi etici, ci sono poi da considerare i segnali provenienti dal Paese reale, da una società che già allora cambiava più velocemente della politica. Chi, come me, ha vissuto le battaglie dei referendum contro il divorzio e l’aborto, è rimasto colpito dai risultati e, in particolare, dalle proporzioni. Se la cattolicissima Italia, trent’anni fa, respingeva con numeri incredibili il tentativo di cancellare queste due leggi, questo fatto non può lasciarci indifferenti. E questo, sia detto in termini di analisi politica, molto al di là, quindi, delle sensibilità individuali e dei convincimenti religiosi.
Per tutte queste ragioni, rifare la Dc non ha più senso. Dirò di più, non ha senso neppure pensare a un partito nuovo, che si connoti semplicemente come cattolico: se l’unità dei cattolici è finita, è chiaro che dire ‘cattolico’ non può significare una categoria della politica, posto che mai lo sia stato fino in fondo. Il motivo, a mio parere, è presto detto: ci sono cattolici reazionari, o semplicemente conservatori, cioè di destra; ci sono cattolici moderati, cioè di centro; ci sono infine cattolici progressisti, dunque di sinistra. E allora, i cattolici impegnati in politica possono tranquillamente dividersi, senza che questo sia vissuto come un dramma, e senza che qualcuno, strumentalmente, cerchi sempre di richiamare i cattolici sotto il proprio ombrello, nella convinzione di poterli rappresentare ancora tutti.
Si potrebbe anzi dire che la fine della stagione dell’unità dei cattolici in politica sia un bene o, comunque, una conquista. Oggi, i cattolici sono più liberi: possono impegnarsi in politica portando nel partito che hanno scelto la propria declinazione del cattolicesimo. Io, per esempio, da cattolico democratico (questa, sì, è una categoria politica), mi sento serenamente più vicino alle posizioni della sinistra, fermo restando che sui problemi eticamente sensibili convergerei sulle posizioni del mondo cattolico. Su tutto il resto, però (economia, problemi sociali, politica estera: dunque sui temi quotidiani che investono la vita delle persone), mi sento a mio agio molto di più in una forza di sinistra che in un unico contenitore di tutti i ‘cattolicesimi politici’. D’altra parte, è naturale che ogni cattolico coltivi l’ambizione di una società più giusta. E coltivi pure la convinzione che tante idee di sinistra (attenzione alle fasce deboli della popolazione, politica estera non aggressiva, confronto e dialogo, solidarietà e accoglienza dell’altro da sé) siano spesso straordinariamente cristiane. Detto questo, io trovo assolutamente legittimo che altri cattolici portino in politica una visione più tradizionale, più conservatrice. La rispetto, e con essa mi confronto. Però, non è la mia. E allora non è meglio che i cattolici, insieme sui valori etici, siano portatori di tradizioni differenti dentro le forze politiche? Non sono, tali differenze, una ricchezza, un valore aggiunto? Per me, certamente sì.
Siamo chiamati – tutti, laici e cattolici di destra, di centro e di sinistra – ad affrontare problemi difficili, dentro un tempo altrettanto difficile. Per questo, secondo me, non è il momento della frammentazione: siano, cioè, le grandi forze politiche a fornire le risposte, a indicare le rotte. Per questo, l’iniziativa di Bruno Tabacci e Savino Pezzotta – certo apprezzabile, se non altro perché rompe il fronte berlusconiano – mi lascia scettico: temo non avrà la forza per elaborare quelle risposte, né l’autorevolezza per indicare quelle rotte. Lo dico anche ai quei cattolici di centrosinistra che potrebbero trovare la Rosa Bianca attraente, anche a causa della loro irritazione dopo l’ingresso dei radicali nel Partito Democratico. Ma non credo (concordo con Franco Marini: si alla laicità, no al laicismo) che i cattolici del Pd debbano sentirsi minacciati dalla concessione di nove posti da parlamentare (su circa trecento) a Emma Bonino&Co.
Ricordo sommessamente, peraltro, che non vi furono polemiche pesanti come quelle di oggi (neppure da certa stampa vicina alla Chiesa e alle sue gerarchie), quando i radicali strinsero un’alleanza con Silvio Berlusconi. Infine, un dubbio: non hanno forse fatto più danni alla morale cattolica tutti questi anni di edonismo, di consumismo, di relativismo spinto, celebrati dai mass-media e dalla televisive in particolare? Dunque, non prendiamoci in giro. E la smetta certa destra di considerarsi l’unica depositaria dei valori dell’intero mondo cattolico. Senza considerare che spesso viene da sorridere – se non ci fosse, però, da piangere – di fronte alle prediche che noi cattolici ‘di sinistra’ dobbiamo subire dai campioni dei vizi privati e delle pubbliche virtù.
Emma Bonino dice che si aspettava da tempo un ritorno della destra e dei clericali sul discorso dell'aborto e della 194. Non si aspettava questa virulenza, ma tutto sommato non è stupita. Lei ha certo più elementi di me per avere questa convinzione. Eppure io ho una sensazione. Me l'ha fatta venire in mente l'attivismo di Ferrara su questo argomento. Che Ferrara si muova indipendentemente dal suo padrone mi pare difficile. Non credo al fatto che Berlusconi gli abbia chiesto di desistere. A me pare invece che Berlusconi abbia bisogno di radicalizzare il confronto politico. Soprattutto adesso che Veltroni, con il suo atteggiamento conciliante, tende a smorzare i toni. Io fra l'altro non credo neanche tanto ai sondaggi che danno il signor B vincente con largo margine. Sia chiaro, non voglio dire che siano falsi o addomesticati. Anche se B. piace usare il metodo delle previsioni che si autorealizzano. Dico solo che spesso i sondaggi non riescono a fotografare la realtà. A parer mio B. soffre prima di tutto l'affanno della rincorsa. Il Partito Democratico ha per primo preso l'iniziativa di semplificare il quadro politico realizzando l'unione di due grandi partiti, i DS e la Margherita. B. si è trovato in difficoltà, e l'ha dimostrato con la ridicola iniziativa del predellino, quando ha lanciato il Popolo delle Libertà. Il PD ha realizzato questo progetto (lo sta ancora realizzando) con un lungo lavoro che è partito dalla base, con continue riunioni, dibattiti pubblici, documenti in continua revisione. Mentre, dall'altra parte, B. ha deciso in quattro e quattrotto di mettere insieme un partito, decidendo lui chi doveva partecipare e chi no. Suscitando, fra l'altro, l'irritazione degli stessi leader dei partiti che secondo lui avrebbero dovuto inchinarsi ai suoi ordini. Berlusconi è costretto a rincorrere il PD che per primo ha deciso di presentarsi da solo. E, guarda caso, anche lui ha poi deciso di presentarsi da solo. Adesso l'atteggiamento rilassato e conciliante di Veltroni lo porta su un territorio che non gli è congeniale. B e' uomo di guerra, di combattimento. Ha bisogno di un nemico da combattere, ha bisogno di un clima teso. Hai presente Zapatero? Ha fatto scalpore la sua frase a proposito della campagna elettorale moscia ("Bisognerebbe creare un po' di tensione.."). Secondo me B sta facendo lo stesso. Sta utilizzando (cinicamente?) l'aborto per creare quella polarizzazione di cui ha bisogno per riprendere il controllo della campagna elettorale, per "alzare il livello dello scontro". Sperando in tre diversi effetti:
Provocare una frattura laici/cattolici in seno al PD
Provocare qualche reazione scomposta a sinistra, in modo da poter dimostrare al suo elettorato che i comunisti non cambiano mai.
Polarizzare lo scontro in modo da poter ricorrere al solito paradigma "o con noi o contro di noi".
Ma questo per noi è un buon segnale. Vuol dire che B è in difficoltà, e sta giocando il tutto per tutto per vincere una battaglia che, ad onta dei sondaggi, è ancora tutta da giocare.
I dubbi su Obama aumentano. Ascoltare i suoi discorsi fumosi, emotivi, ecumenici, dà un vago senso di vertigine. Come dice Hillary, "ha il cappello ma non ha il bestiame". Oggi un bell'articolo di Christian Rocca sul Foglio ci racconta tutti i dubbi dei liberal, come Paul Krugman, che guardano con preoccupazione al fatto che Obama ormai per i fan sia una specie di Messia, un santo, l'uomo dei miracoli. Del resto, Obama non si tira indietro. Ogni discorso è punteggiato da riferimenti a Dio e promesse spir